Biglietti di Credito verso le Regie Finanze - Lire 15

Costituzione: 26 Settembre 1745

Biglietti di Credito verso le Regie Finanze - Lire 15

ID: 39516

FONDAZIONE ISTITUTO: 26 settembre 1745
PRIMA EMISSIONE: 1 gennaio 1746
ULTIMA EMISSIONE: 1 settembre 1799
FUORICORSO: 28 luglio 1800
PRESCRIZIONE: 28 dicembre 1800

L’emissione della prima serie di banconote delle Regie Finanze di Torino viene approvata il 26 Settembre 1745 sotto la reggenza di Carlo Emanuele III e porta la data del 1 Gennaio 1746. E’ la prima volta che uno degli Antichi Stati in Italia mette in circolazione moneta cartacea.

Sono previsti tagli da 3000, 1000, 500, 200 e 100 lire, tutti importi assai elevati per l’epoca, ma come accennato, la stampa è dovuta alla necessità di reperire fondi per la guerra contro Francia e S... Altro

IDImmagineCittàEmissioneTaglioColore/ParticolaritàRaritàValore
A-39516Biglietti di Credito verso le Regie Finanze – Lire 15-1Torino1-4-1793Lire 15bianco/rosso linee disposte a squame di pesce Tir. 480.000R9 (6-10 pezzi)S9 (da 2.001 a 2.500 €)
B-39516Biglietti di Credito verso le Regie Finanze – Lire 15-2Torino1-6-1794Lire 15bianco/rosso linee disposte a squame di pesce Tir. 200.000R8 (11-25 pezzi)S8 (da 1.501 a 2.000 €)
C-39516Biglietti di Credito verso le Regie Finanze – Lire 15-3Torino1-6-1794Lire 15con matrice bianco/rosso linee disposte a squame di pesce Tir. 200.000R8 (11-25 pezzi)S8 (da 1.501 a 2.000 €)
D-39516Biglietti di Credito verso le Regie Finanze – Lire 15-4Torino1-10-1794Lire 15bianco/rosso linee disposte a squame di pesce Tir. 140.000R8 (11-25 pezzi)S8 (da 1.501 a 2.000 €)

FONDAZIONE ISTITUTO: 26 settembre 1745
PRIMA EMISSIONE: 1 gennaio 1746
ULTIMA EMISSIONE: 1 settembre 1799
FUORICORSO: 28 luglio 1800
PRESCRIZIONE: 28 dicembre 1800

L’emissione della prima serie di banconote delle Regie Finanze di Torino viene approvata il 26 Settembre 1745 sotto la reggenza di Carlo Emanuele III e porta la data del 1 Gennaio 1746. E’ la prima volta che uno degli Antichi Stati in Italia mette in circolazione moneta cartacea.

Sono previsti tagli da 3000, 1000, 500, 200 e 100 lire, tutti importi assai elevati per l’epoca, ma come accennato, la stampa è dovuta alla necessità di reperire fondi per la guerra contro Francia e Spagna. I biglietti fruttano un interesse del 4% con scadenza a 4 anni. A questa prima emissione, destinata più al reperimento di fondi che alla circolazione, faranno seguito altre, all’interno delle quali vi saranno tagli sempre più piccoli che meglio si prestano alla circolazione.

L’ultima emissione reca la data del 1 Settembre 1799 e prevede tagli da 50, 100 e 200 lire.

I biglietti delle Regie Finanze, in seguito all’invasione francese del Piemonte, rimangono in circolazione fino al 28 Luglio 1800 e vanno in prescrizione cinque mesi dopo.


I BIGLIETTI DI CREDITO DELLE REGIE FINANZE SABAUDE

1. LO STATO SABAUDO AL TEMPO DI VITTORIO AMEDEO II

L’anno ufficiale di nascita della cartamoneta sabauda è il 1745: infatti il 26 settembre di quell’anno appare il Regio Editto che stabilisce di introdurre in circolazione nel Regno di Sardegna le prime banconote della storia italiana. Tuttavia la storia della cartamoneta sabauda aveva avuto inizio quasi 35 anni prima, quando la corte torinese rendeva ancora omaggio a Vittorio Amedeo II, duca di Savoia. Questa storia inizia con l’arrivo di un banchiere inglese, John Law, alla corte sabauda, con lo scopo di proporre al duca un folle progetto.
Tra la fine del ‘600 ed i primi decenni del ‘700 il Ducato Sabaudo visse una grande rivoluzione politica ed economica: con un complesso e spregiudicato alternarsi di alleanze e bilanciandosi abilmente tra Asburgo e Borboni, Vittorio Amedeo II si inserì nella guerra per la successione al trono di Spagna combattuta dal re di Francia, Luigi XIV, contro l’alleanza anglo-spagnola. Dopo drammatiche ed alterne vicende militari culminate con il fallito assedio di Torino del 1706, dove le truppe francesi subirono una determinante sconfitta da parte delle truppe piemontesi, con la pace di Utrecht (11 febbraio 1713), il duca Vittorio Amedeo II ottenne finalmente il titolo reale (prima Re di Sicilia, poi dal 1718 Re di Sardegna), la desiderata unità territoriale ed una posizione propria e significativa nel quadro delle potenze europee.
Tra il 1720 ed il 1730, finalmente, vi fu un decennio di pace e di grandi progressi politici, sociali ed economici per il nuovo Regno di Sardegna. In questo nuovo quadro economico e politico si sviluppò la Costituzione del 1729, di carattere fortemente accentratore ed assolutista, ma con la quale si poneva termine ad ogni forma residua di feudalesimo e si sanciva il primato della città sulla campagna, con la crescita dei ceti borghesi e produttivi. Per Vittorio Amedeo II, infatti, trasformare il Regno sabaudo in una potenza europea non voleva dire solamente raggiungere una unità territoriale ed estenderla, ma sviluppare l’organizzazione statale e la finanza pubblica, incoraggiare l’industria ed il commercio, dare nuovo impulso all’educazione. Tutto ciò nell’ottica di un assolutismo burocratico proprio del modello francese di Luigi XIV al quale si ispira Vittorio Amedeo II. “Il Regno di Sardegna è il primo stato in Europa a dare l’esempio di un bilancio regolare e particolareggiato, con una contabilità retta da norme precise e fisse. […] Ma non basta una buona amministrazione, occorre anche incrementare il gettito delle entrate e adeguarle ai bisogni dello Stato, che sono grandi: […] Vittorio Amedeo non impone nuove tasse, ma si limita a distribuire meglio quelle esistenti” [da M. Ruggiero, Storia del Piemonte, Torino 1983].
Durante tutto il Settecento, i massimi organi legislativi del Regno Sabaudo sono due: il Consiglio di Stato (costituito dal Segretario di Stato o degli interni, dal Segretario degli Esteri e dal Segretario per la Guerra) ed il Consiglio delle Finanze (costituito dal Presidente della Camera dei Conti, dal Segretario per l’esercito e dal Controllore Generale). I massimi organi esecutivi sono quattro: l’Azienda delle Finanze, l’Ufficio del Soldo (preposto al pagamento delle truppe), l’Azienda delle Artiglierie e Fortificazioni e l’Azienda della Real Casa.
Nei primi anni del XVIII secolo il reddito dei piemontesi è stimabile in circa 100 milioni di lire: quasi il 90% deriva dall’attività agricola, i cui prodotti sono soprattutto destinati all’autoconsumo, e solo poco più del 10% dal commercio, dall’industria della seta (unico prodotto industriale del Regno di Sardegna che contribuisce significativamente a riequilibrare la bilancia commerciale), dall’artigianato, dall’attività professionale e dal reddito di capitale. Il reddito individuale è stimato in circa 60 lire/anno. La stima del reddito complessivo del Piemonte sabaudo e di quello per capita è piuttosto incerta a causa della difficoltà di valorizzare adeguatamente l’elevata quota di reddito legata alla produzione di beni di autoconsumo. La disoccupazione ed il pauperismo sono assai elevati: alla metà del secolo almeno il 3% della popolazione del regno era costituito da mendicanti abituali, nonostante non fossero mancate alcune iniziative concrete della corte sabauda per venire incontro alle esigenze dei ceti più deboli.
Nel XVIII secolo Torino conobbe una veloce crescita demografica: la sua popolazione passò da 55 mila abitanti nel 1715, a 71 mila nel 1741, a 76 mila nel 1758, a 94 mila nel 1790: ciò, tuttavia, è da attribuirsi al fenomeno dell’inurbamento dei ceti più popolari, piuttosto che ad una effettiva crescita demografica della popolazione del Regno. Infatti in quegli anni il territorio piemontese venne spesso devastato dagli eserciti (tanto stranieri come sabaudi) che si combatterono e cinsero d’assedio le sue città.
Questo periodo si concluse con l’abdicazione del Re di Sardegna a favore del figlio Carlo Emanuele III, avvenuta nel 1730. Abdicazione che, invano, si tentò di invalidare l’anno successivo. Il 31 ottobre 1732 Vittorio Amedeo II morì nel castello di Moncalieri, dove era stato imprigionato per ordine del figlio. Conclusione solo parziale: Carlo Emanuele III, infatti, per molti versi continuò e condusse a compimento la politica del padre.

John Law nacque nel 1671 ad Edimburgo, da una famiglia benestante (fig. 1). Il padre era uno stimato ed importante orefice e, come era prassi nell’Inghilterra della fine del XVII secolo, svolgeva anche una parallela attività bancaria. La madre, Giovanna Campbell, discendeva da una antica e nobile famiglia aristocratica: il casato dei Duchi di Argyle. Dal padre ereditò senso imprenditoriale e passione per la finanza, dalla madre i modi aristocratici ed affabili. Sin da giovane, John Law si sentì assai più attratto dagli studi dei meccanismi economici e finanziari, piuttosto che dal commercio dei preziosi. E’ con questo scopo che, ancora giovanissimo, volle recarsi a Londra. Nel 1694, anno di nascita della Banca d’Inghilterra, si trovava nella capitale britannica: appena ventitreenne, era già impegnato nell’analisi tanto dei meccanismi finanziari sviluppati da questo Istituto bancario, quanto degli strumenti cartacei di pagamento, soprattutto emessi da orefici privati, che proprio in quegli anni cominciavano a circolare in Inghilterra.
Pochi anni più tardi si trasferiva nelle Province Unite (Paesi Bassi) per approfondire la sua conoscenza delle tecniche bancarie utilizzate nel Banco di Amsterdam. Durante il soggiorno olandese, gli interessi dell’eclettico finanziere non si limitarono all’attività più propriamente bancaria, ma si estesero anche e soprattutto ai meccanismi macroeconomici alla base della finanza pubblica: nei bilanci degli Stati cercava il nesso tra le entrate e le spese, e, studiandole, tentava di scoprire le precise leggi che le correlavano. In quegli anni cominciò a sviluppare quelle teorie sui rapporti tra circolazione monetaria, debito pubblico e ricchezza delle nazioni che lo convertiranno per alcuni studiosi nel primo finanziere “moderno” ed in un acuto e straordinario precursore di idee che tarderanno ancora due secoli per trovare completa comprensione e sviluppo, per altri in un utopista che le cui azioni ebbero funeste conseguenze sullo stato economico e commerciale della Francia di Luigi XV, ove operò. Pochi uomini nella storia della finanza riuscirono a raccogliere giudizi così contrastanti sulla loro vita e sulle loro opere.
Le teorie del banchiere scozzese, che sin dal 1706 si era stabilito a Parigi, vennero riportate nel suo saggio “Mémoire pour prouver q’une espèce de monnaie nouvelle peut être meilleure que l’or et l’argent”, scritto nei primi anni del suo soggiorno nella capitale francese. In esso espone organicamente l’insieme delle sue teorie monetarie, sostenendo il vantaggio della creazione di una moneta cartacea, svincolata dal valore dell’oro e dell’argento, garantita, invece, dal valore della terra: alla base di tale idea vi è una chiara comprensione della correlazione esistente tra la circolazione degli strumenti di pagamento e lo sviluppo delle attività economiche, non solo commerciali, ma anche produttive.
Il banchiere scozzese riuscì, applicando teorie sostanzialmente corrette e rigorosamente razionali, a provocare uno dei maggiori dissesti finanziari che la storia riporti. Sebbene il teatro di tale dissesto fosse stato la Francia del Duca d’Orléans, reggente di Luigi XV, tuttavia poco mancò che la prima applicazione delle teorie di John Law avvenisse nel Ducato di Savoia, quando il banchiere inglese presentò a Vittorio Amedeo II le sue idee.
Verso il 1710 John Law vive a Parigi, ma il soggiorno nella capitale francese è spesso interrotto da numerosi viaggi all’estero, soprattutto in Olanda e Germania, ma anche nella penisola italiana, alla Corte Sabauda. Ed è nel corso di uno di questi viaggi che, nella primavera del 1711, ottiene udienza privata dal Duca Vittorio Amedeo II, al quale presenta un progetto organico relativo alla creazione di una Banca di Stato con funzione di emissione di cartamoneta: si tratta di un insieme di documenti, conservati presso l’Archivio Storico di Torino, nei quali John Law espone in modo organico i fondamenti della sua teoria monetaria. Alle numerose relazioni, il banchiere inglese aggiunge anche lo schizzo di una ipotetica banconota (fig. 2 sup.), schizzo ritrovato dal sottoscritto nell’Archivio di Stato di Torino: la prima banconota italiana, ma anche una delle prime banconote europee. [Nella fig. 2 inf. viene riportato quale l’ipotetico aspetto del biglietto sabaudo: ricostruzione del sottoscritto realizzata in base alle annotazioni presenti].
Il progetto che John Law sottopone a Vittorio Amedeo II presenta molti punti in comune con quello che, cinque anni più tardi, avvierà a Parigi con il sostegno del Duca d’Orléans. In esso si ipotizza la creazione di una Banca di emissione con funzione anche di Tesoreria e di Ufficio Imposte: tale Istituto di credito – chiamato Banque de Turin in un documento di poco posteriore – è concepito nella forma di Società per azioni nella quale John Law riserva per sé il 10% del monte azionario.
Il Duca Sabaudo avrebbe dovuto consegnare a questa Banca un capitale costituito sia dal Tesoro dello Stato, sia dai futuri introiti assicurati dalle tassazioni, ricevendone in cambio un uguale importo di biglietti di credito al portatore. Questi biglietti avrebbero potuto essere utilizzati dall’erario per effettuare i propri pagamenti, oltre ad accettarli in pagamento delle imposte dovute, e la Banque de Turin li avrebbe cambiati a vista con numerario metallico ogni qual volta fosse stato richiesto. L’importo complessivo dell’emissione cartacea prevista dal Law fu molto contenuto: esso, infatti, avrebbe dovuto essere di solamente un milione di lire e, quindi, il suo impatto sulla circolazione (il numerario metallico all’epoca è di alcune decine di milioni di lire) sarebbe stato certamente non traumatico. Queste banconote avrebbero dovuto essere stampate nei tagli da 10, 100 e 1000 lire, numerati e firmati ad uno ad uno. In effetti il limite di un milione non fu ritenuto invalicabile, ma si sostenne l’opportunità di rilasciare biglietti di credito nella misura in cui risultassero necessari all’espletamento delle attività commerciali, ma sempre per un ammontare non superiore a quello del numerario metallico depositato presso la Banca medesima dal Tesoro e dai privati cittadini.
Nel suo progetto John Law non riteneva necessario né opportuno ricorrere ad una circolazione forzosa dei biglietti di credito: stimava, infatti, che “ognuno, dopo aver visto che il cambio funziona scrupolosamente, sarà felice di accettarli e li preferirà al metallo. […] La grande comodità dei biglietti in confronto alle specie metalliche li farà preferire [… ed] il credito sarà tanto più grande, e quindi la solidità dell’Istituto tanto maggiore, quanto minore sarà la coercizione”.
John Law trovò nel Duca Sabaudo un interlocutore attento e competente, ma prudente e pronto ad ascoltare anche il parere dei suoi consiglieri. Alcuni storici affermano, senza indicarne la fonte, che Vittorio Amedeo avrebbe congedato il finanziere scozzese affermando di non essere “abbastanza ricco da farsi rovinare da lui”. Affermazione che, in effetti, sembra poco credibile: non solamente perché la documentazione di John Law venne integralmente conservata insieme a numerose relazioni di diversi esperti i quali, per incarico del Duca, analizzavano e valutavano l’opportunità e la fattibilità della proposta, ma soprattutto perché a questo primo contatto ne seguirono altri, epistolari, che si protrassero per almeno cinque anni.
Il progetto del banchiere scozzese fu dunque preso in seria considerazione e sottoposto all’esame di una commissione costituita da tre insigni economisti: il conte Gian Battista Groppello di Borgone, ministro delle finanze ducali, il conte Antonio Garagno, sovrintendente generale al commercio ed all’industria, ed il conte Francesco Giacinto Gallinati, controllore generale delle finanze. I tre componenti della commissione stesero nell’estate del 1711 tre relazioni individuali nelle quali, pur non bocciando il progetto di John Law nei suoi aspetti più generali, tuttavia manifestarono numerose perplessità relativamente ad alcuni importanti aspetti più operativi.
Tuttavia il Duca di Savoia non rimase pienamente convinto delle critiche mosse al progetto di Law, in quanto considerava le memorie sottopostegli dal Law come una bozza preliminare ancora meritoria e suscettibile di sviluppo ed approfondimento: decise pertanto di soprassedere da ogni decisione, in attesa di uno studio più approfondito sull’argomento, mantenendosi comunque in contatto con il finanziere scozzese.
Nei primi giorni del marzo del 1712 John Law si trovava a Milano. Vittorio Amedeo II, prontamente informato, inviò nella capitale lombarda il conte Giacomo Fontana, responsabile finanziario degli eserciti ducali, allo scopo di approfondire ulteriormente il progetto del finanziere scozzese. L’8 marzo 1712 John Law consegnò al conte due lettere, una destinata a Vittorio Amedeo II, l’altra ad un suo ministro. Nella missiva per il Duca è evidente come questo avesse manifestato un parere sostanzialmente favorevole al progetto di John Law. Infatti il banchiere nella lettera destinata al Duca scrisse: “Ringrazio profondamente S.A.R. per la grande bontà di onorarmi con una sua lettera e di approvare le mie conclusioni […] dandomi l’opportunità di discutere con il conte Fontana sui mezzi atti a rendere esecutivo questo progetto”. Inoltre rimandò un impegno già assunto che lo avrebbe costretto a trasferirsi momentaneamente in Olanda, per rimanere a disposizione del Conte Fontana, con cui ebbe più incontri. Da queste lettere emerge chiaramente che i quesiti che il Duca pone a John Law non vertono tanto sulla sostanza del suo progetto, ritenuto adeguatamente fondato, ma piuttosto sui migliori modi per applicarlo concretamente nello Stato sabaudo.
Tuttavia altre cure più urgenti impegnarono Vittorio Amedeo II, che alcuni mesi dopo si recava a Utrecht per sottoscrivere l’11 aprile 1712 l’importante trattato grazie al quale otteneva l’ambita corona reale di Sicilia (poi sostituita da quella di Sardegna) ed alcune importanti annessioni territoriali. Dopo Utrecht, Vittorio Amedeo II si recò in Sicilia e tornò a Torino solamente nel settembre del 1714.
Nonostante tali eventi, l’interesse di Vittorio Amedeo II per il progetto del banchiere scozzese non era venuto a meno. Anzi, trovandosi a Palermo, il re sabaudo nel 1714 inviò una lettera a John Law, invitandolo a recarsi in Sicilia allo scopo di portare avanti quanto si era interrotto. Il 16 agosto 1715 il banchiere scozzese rispose a Vittorio Amedeo II lamentando di non poter soddisfare la sua richiesta in quanto già impegnato a sviluppare il suo progetto per conto del Duca d’Orléans, reggente del giovane Luigi XV.
Infatti, morto Luigi XIV nel 1715, John Law aveva trovato nel reggente, il Duca d’Orléans, un ascoltatore molto attento ai suoi progetti. Il finanziere assicurava che con la cartamoneta era possibile non solo la copertura del deficit di bilancio, ma addirittura l’estinzione del debito pubblico, superando in questo modo ogni titubanza del Reggente, inizialmente restio a porre in pratica le idee del banchiere scozzese.
Tra il settembre 1715 ed il gennaio 1716 la corrispondenza tra John Law e Vittorio Amedeo II divenne fitta. L’interesse di Vittorio Amedeo II era tale che fu preparata una bozza di Regio Editto per l’erezione di una Banca di Stato ed il Law, che non aveva abbandonato il monarca sabaudo, il 16 gennaio 1716 gli inviò una documentazione aggiornata e completa sulle modalità operative con le quali il suo progetto stava divenendo realtà alla corte parigina: esso è sostanzialmente identico a quello già proposto a Vittorio Amedeo II. Negli stessi mesi, il banchiere scozzese si incontrò ripetutamente a Parigi con Filippo Donaudi, ambasciatore di Vittorio Amedeo II alla Corte francese, al quale promise che, non appena fosse stata avviata la Banca per il monarca francese, avrebbe ripreso in mano anche i progetti per la Corte sabauda, ora in modo molto più organico ed approfondito.
Nel frattempo, siamo nel 1716, John Law ottenne dal Duca d’Orléans l’autorizzazione per costituire una banca privata, la Banque Générale de France, società per azioni abilitata ad emettere cartamoneta che ha per copertura il patrimonio personale dei suoi azionisti.
La gestione della Banque Générale, inizialmente, fu molto prudente. Essa emise banconote convertibili in argento con un ottimo aggio: dapprima il 6% che successivamente poté ridursi al 4%, grazie alla conquistata credibilità del titolo. Tra il 1716 ed il 1718 si susseguirono ben sette emissioni di banconote, con tagli che vanno dalle 10 alle 1000 livres. Forte del successo della sua Banca, nel 1717 John Law fondò una nuova Società per azioni strettamente vincolata alla Banque Générale, la Compagnie d’Occident, con lo scopo di sviluppare il commercio con le colonie francesi dell’America Settentrionale, analogamente alla Compagnia Inglese dei Mari del Sud. L’aspetto più rilevante fu la possibilità di acquistare le azioni della Società, del valore nominale di 500 livres, anche pagandole con titoli obbligazionari di Stato, come le “promesses” de la Caisse des Emprunts, per i quali esistono grandi dubbi di solvibilità. Grazie al prestigio di John Law e della sua Banca, il successo della vendita delle azioni fu enorme: tuttavia quasi tutti gli acquirenti delle quote societarie preferirono pagare le stesse con i titoli di stato, anziché in contante, per cui sopravvenne una crisi di liquidità insostenibile.
La Banque Générale de France si trovò fortemente esposta verso il pubblico, mentre il suo capitale era costituito da crediti verso lo Stato, sempre meno solvente. Tra i suoi azionisti apparvero i primi dubbi e la gestione di John Law venne messa in discussione.
Allo scopo di superare ogni contestazione interna, il banchiere scozzese convinse il Duca d’Orléans a nazionalizzare la Banca rilevandone dagli azionisti l’intero capitale sociale, cosicché nel 1718 la Banque Générale si trasforma in un Istituto pubblico di emissione, la Banque Royale de France. Essa emise tra il 1719 ed il 1720 una grandissima quantità di banconote per un importo complessivo di quasi 3 miliardi di livres, accettate sia dalle casse regie per il pagamento delle imposte, sia, soprattutto, dalla Compagnie d’Occident per l’acquisto di quote azionarie.
La disponibilità pressoché illimitata di liquidità favorì la speculazione: nel 1719 il valore unitario delle azioni della Compagnie d’Occident, che dopo aver assorbito la Compagnie des Indes Orientales assunse la denominazione Compagnie des Indes, raggiunse le 9.000 livres, quasi 20 volte il loro valore nominale! Il 1720 segnò l’anno del massimo successo economico dell’iniziativa di Law, ma fu anche l’anno del suo tracollo: nel febbraio di quello stesso anno la Compagnie des Indes assorbì la Banque Royale, ma l’emissione di quantità sempre maggiori di banconote prive di una reale copertura scatenò un processo inflazionistico che nell’arco di poche settimane condusse al loro rifiuto. Il valore delle azioni della Compagnie des Indes crollò e, con esse, anche la Banque Royale.
Nel suo libro “I Missisipiani” Giuseppe Caetani ci offre una vivace descrizione di quei giorni: “Gran ressa di popolo si presentava agli sportelli della Banca pel cambio dei biglietti. La Banca ridusse a pochi gli sportelli e consigliò ai suoi impiegati di esser lenti in questa operazione. Ma la folla ingrossava ogni giorno e ondeggiante tentava di conquistare qualche millimetro di spazio in avanti: parecchi morivano schiacciati. I cadaveri venivano raccolti dalla polizia e la cosa si metteva in tacere. La notte dal 16 al 17 luglio 1720 oltre 15000 persone si accalcavano attorno agli sportelli della Banca; e vi furono quindici morti soffocati. Questa volta dei cadaveri se ne impadronì il popolo e su portantine improvvisate s’avviò verso Palazzo Reale. Non più le grida di: viva Law ed il Reggente, ma gridi di morte e minacce represse dal coraggio de’ soldati. Il popolo voleva irrompere dentro il Palazzo Reale. Un distaccamento delle compagnie della guardia del Re accorse dalle Tuileries a passo di carica. E così la sedizione fu dissipata. Law, imprecato dalla moltitudine, dovette starsene per alcuni giorni a Palazzo Reale; la sua berlina vuota fu presa a sassate, ed il popolo, non potendo pigliarsela coll’autore di tanti mali, si andò a sfogare con i vetri della sua casa. Della cricca affaristica che aveva attinto a piene mani nella Banca di Stato, capro espiatorio fu Law. Era entrato ricco in Francia e n’esciva povero. Il duca di Borbone gli offrì danaro e la vettura della Di Prie, sua amica. Law accettò la vettura, ma rifiutò il danaro. Dopo aver vagato un po’ pel mondo, riparò a Venezia, [… dove] per vivere, aveva dovuto perfino impegnare il suo anello”.
L’opera di riforma amministrativa e finanziaria realizzata da Vittorio Amedeo II tra il 1717 ed il 1730 trasformò il Regno di Sardegna in uno degli stati meglio amministrati di tutta l’Europa. I Regi Editti del 17 febbraio e dell’11 aprile 1717 stabiliscono i criteri fondamentali per la gestione dello Stato e ne definiscono le strutture fondamentali. Il Regio Editto del 28 giugno 1730 definisce e descrive le modalità operative alle quali devono attenersi le strutture pubbliche. Gli organi amministrativi creati da Vittorio Amedeo II ressero anche alla bufera napoleonica, sopravvivendo, almeno negli aspetti più meramente operativi sino alla formazione del Regno d’Italia.
A questa riforma il sovrano, dotato di una solida preparazione economica, volle accudire in prima persona: richiese la collaborazione solamente dei suoi due più validi ministri: Groppello, al quale si deve il supporto finanziario, e Mellarède, che intervenne in quello più strettamente politico. L’organo consultivo fondamentale dello Stato è il Consiglio di Stato, costituito da otto membri di nomina del Sovrano. Alle dirette dipendenze del monarca troviamo tre Primi Segretari di Stato: uno addetto agli affari interni, uno agli affari esteri, ed il terzo agli affari di guerra. Nell’esercizio del potere tanto legislativo quanto esecutivo, il sovrano si fa affiancare da quattro aziende od organi collegiali: il Consiglio delle Finanze, l’Ufficio del Soldo, il Consiglio dell’artiglieria, fabbriche e fortificazioni, e il Consiglio della Real Casa.
Moderne e di avanzata concezione, le Costituzioni di Vittorio Amedeo II rappresentano il trionfo dell’assolutismo, in quanto garantiscono al sovrano la gestione diretta del potere in tutti i suoi aspetti, grazie ad abili consiglieri di sua diretta nomina e alle sue dirette dipendenze. Con la nuova struttura viene eliminata la forte figura di alter ego precedentemente espressa da un unico primo ministro plenipotenziario, tradizionalmente un membro della famiglia Carron di San Tommaso.
Il principale merito della riforma amministrativa di Vittorio Amedeo II è quello di porre al vertice dello Stato una efficiente burocrazia, spesso di estrazione borghese (la classe sociale emergente!). Inoltre ai titolari delle diverse strutture viene assegnato un organico adeguato nelle sue dimensioni e ben definito nelle sue funzioni: in questo modo si viene a creare una valida struttura esecutiva centrale ed una altrettanto valida amministrazione periferica.
In tempo di pace, i cardini della struttura politica ed amministrativa sabauda sono la Segreteria di Stato per gli affari interni ed il Consiglio delle Finanze: infatti i due aspetti fondamentali delle Costituzioni di Vittorio Amedeo II sono la visione della stretta interdipendenza tra governo politico e direzione finanziaria e la collegialità delle decisioni.
Il Regio Editto dell’11 aprile 1717 ha inizio con il questo preambolo: “Il Prencipe è stato dalla Divina Provvidenza stabilito affinché li popoli alla sua cura commessi, quasi parti costituenti di un corpo ben ordinato, prendessero dall’intendimento del Capo la regola delle comuni attioni […] ne avviene perciò che il Prencipe ricetta dalli stessi suoi popoli quel sovvenimento per mezzo dei tributi e sussidj, perché possa non tanto provvedere al decoroso e conveniente sostentamento di sè medesimo, quanto a difesa e regolamento dei Sudditi, a pro dei quali deve ritornare quell’utile che da essi al Prencipe si tramanda […]. Tale sovvenimento è quello che generalmente è compreso sotto nome di Regie finanze, per l’esatto regolamento delle quali […] habbiamo perciò deliberato di constituire […] un Consiglio che sovraintenda alle finanze medesime [… ed al] maneggio di ognuna delle aziende concernenti l’economico di tutti li nostri Stati et l’invigillare sovra l’esatta osservanza et esecuzione delle Costituzioni e regolamenti da Noi stabiliti agli uffici delle aziende medesime”. Più oltre si afferma che “non potrà nessun Capo d’Azienda risolvere materie importanti e di rilievo alcuna cosa da sè, ma dovrà parteciparla al Consiglio per ricevere da esso quelle direzioni cha saranno più adatte al nostro servizio”.
Il Consiglio delle Finanze è presieduto dal Presidente della Camera dei Conti. Tutti i più importanti dirigenti dello Stato ne fanno parte: il Generale delle Finanze, il Segretario di Stato degli affari di guerra, il Controllore generale ed il Contadore generale. Un segretario ed un usciere ne completano la struttura.
L’organo operativo fondamentale per l’attuazione della politica finanziaria delineata dal Consiglio delle Finanze è l’Azienda delle Regie Finanze, istituzione che assomma i compiti propri del Ministero delle Finanze, del Tesoro, del Bilancio e della Corte dei Conti. In questo organo troviamo due figure fondamentali:

•   il Generale delle Finanze, con compiti spesso simili a quelli propri di un moderno Ministro delle Finanze: “negli affari dipendenti dal suo impiego deve immediatamente renderne conto a S.M. e dare soltanto esecuzione a quelli ordini che saranno dalla medesima firmati” stabilisce Vittorio Amedeo II con un regio biglietto del 1727 indirizzato al Conte Ormea, Generale delle Finanze: a lui dunque compete eseguire i deliberati del Consiglio delle Finanze e custodire i fondi dello stato; a lui risponde gran parte della struttura amministrativa e finanziaria dello Stato; egli è, inoltre, l’artefice della politica monetaria, sempre rispondendo ai dettami del monarca;
•   il Controllore Generale, con compiti spesso simili a quelli propri di un moderno Ministro del Tesoro: ad esso compete la definizione del bilancio di Stato, avvalendosi della collaborazione del Generale delle Finanze, ed il controllo delle spese realizzate da tutte le strutture pubbliche.

La struttura del sistema finanziario sabaudo è tale da impedire ogni indebito accentramento di potere tale da creare il rischio di arbitrio ed abuso. Pertanto, oltre alla collegialità decisionale propria del Consiglio delle Finanze, si assicura una tassativa divisione dei poteri: al Generale delle Finanze corrispondono tutte le funzioni esecutive, al Controllore Generale, la verifica del corretto comportamento di tutti gli addetti preposti al maneggio del denaro. Sopra l’Azienda delle Regie Finanze, il Consiglio delle Finanze; sopra quest’ultimo, il monarca. Per mezzo di queste strutture politiche ed amministrative il re “esercita il suo potere sulle provincie, per mezzo di esse trasferisce alla periferia la volontà del centro” [da G Quazza, Le riforme in Piemonte nella prima metà del ‘700, Modena 1957].
Le Costituzioni di Vittorio Amedeo II sono agili e moderne, per moti aspetti precorrono i tempi. Ma pur sempre si tratta di un regime assolutista ed il loro scopo è assicurare al sovrano l’effettivo esercizio del potere. Ecco, pertanto, che il Consiglio delle Finanze può essere di volta in volta integrato da altre figure direttamente nominate dal monarca, il quale “vuol riserbarsi ogni potere arbitrale anche di fronte a questo supremo consesso, evitando di fissarne a priori la composizione e riservandosi l’iniziativa delle sedute” [da G. Quazza, op.c.].
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2. LE REGIE FINANZE, ISTITUTO DI EMISSIONE

Gli oltre quarant’anni del regno di Carlo Emanuele III, che si estende dal 1730 sino al 1773, sono densi di avvenimenti importanti e lasciano un’impronta fondamentale nella storia del XVIII secolo, condizionando anche gli eventi del secolo successivo.
La politica estera carlina è simile a quella di Vittorio Amedeo II: si alternano le alleanze in modo spregiudicato, mirando alla progressiva unificazione del territorio piemontese sotto il dominio sabaudo. La corte si italianizza non solamente nella lingua o nei costumi, ma soprattutto perché vede l’unica possibilità di espansione proprio verso la pianura padana e, nel secolo a venire, verso l’intera penisola. Con questo scopo Carlo Emanuele III interviene nelle guerre di successione – prima quella polacca, quindi quella austriaca – riuscendo finalmente a raggiungere l’agognata unificazione territoriale avviata dal padre. Alla guerra per la successione al trono d’Austria pone termine il trattato di Aquisgrana (1748) che assicura al Regno Sabaudo la sostanziale unità del territorio piemontese.
Tale accresciuta importanza politica, tuttavia, non è accompagnata da un corrispondente miglioramento delle condizioni di vita del Regno Sabaudo il quale, pur più potente sulla scena europea, è rimasto notevolmente povero, privo qual è di significative risorse produttive e commerciali e, nonostante l’oculata gestione, con scarse possibilità finanziarie.
Carlo Emanuele III eredita dal padre una situazione finanziaria pubblica relativamente fiorente. Il bilancio dello stato è attivo ed in continua crescita: circa 7 milioni di lire nel 1680, 9 milioni nel 1700, 13 milioni nel 1721 e 15 milioni nel 1730, secondo quanto riporta M. Ruggiero. Il reddito delle finanze sabaude nella metà del XVIII secolo viene stimato da M. Abrate in circa 20 milioni di lire, di cui oltre il 65% generato dal gettito delle imposte sui patrimoni privati. Nonostante le numerose guerre condotte da Vittorio Amedeo II, la sua prudente condotta finanziaria ha fatto sì che il debito pubblico nel 1730 sia relativamente contenuto e proporzionato alle possibilità economiche dello Stato: 17.400.000 lire per l’alienazione di imposte e 3.100.000 lire per la cessione dei titoli del Monte di S. Giovanni.
Nonostante la solida situazione finanziaria ereditata dal padre, la partecipazione sabauda alle guerre di successione viene finanziata soprattutto ricorrendo al credito, tanto interno come internazionale. E’ quindi inevitabile che durante il regno di Carlo Emanuele III il debito pubblico cresca vertiginosamente. Nel 1764 i titoli del Monte di S. Giovanni oltrepassano la ragguardevole cifra di 41 milioni di lire, ciò che comporta un costo annuo per l’erario dovuto agli interessi corrisposti pari a circa 1.600.000 lire.
La politica economica di Carlo Emanuele III porta ad un accrescimento della ricchezza legata ai beni mobiliari a causa dell’accresciuto debito pubblico: alla metà del ‘700 il reddito non derivato dalle attività agricole contribuisce per oltre il 16% al reddito globale del Piemonte. Ciò non di meno, la ricchezza dei cittadini del Regno di Sardegna rimane soprattutto di natura immobiliare, anche se il reddito medio per capita migliora, sia pure modestamente: pari a 62 lire nel 1700, esso raggiunge le 70 lire nel 1750. Verso la fine del secolo, G. Prato stima in circa 320 milioni di lire il patrimonio globale delle famiglie piemontesi più facoltose, poco più di 1000, in grado di contribuire all’erario del Regno, oltre la metà delle quali risedevano nella capitale, Torino.
Negli aspetti fondamentali la politica economica e monetaria di Carlo Emanuele III si allinea a quella delle nazioni europee finanziariamente più evolute, senza peraltro allontanarsi troppo dal rigore finanziario del padre. Un altro fondamentale punto di riferimento, pur nella continua rivalità, è dato dalla Corte di Luigi XV e, per quanto concerne gli aspetti più marcatamente monetari, Carlo Emanuele III dimostra di avere una buona ed approfondita conoscenza sia dei meccanismi finanziari fondamentali, sia delle risultanze della “rivoluzione” monetaria del Law.
Quando, nel 1746, decide l’introduzione della cartamoneta quale strumento di pagamento, il monarca ha bene a mente i progetti di John Law del 1711 e del 1715 ed è molto attento a non ripetere gli errori della Banque Royale. Se non nelle intenzioni, che non conosciamo, almeno nella prassi, Carlo Emanuele III dimostra di aver compreso molto bene non solo i meccanismi monetari insiti in un numerario sprovvisto di valore intrinseco (e in questo aspetto dimostra di essere un estimatore del Law), ma anche le precise cause all’origine dell’insuccesso delle emissioni cartacee parigine.
Ne consegue che la politica monetaria di Carlo Emanuele III fu sempre molto rigorosa e prudente. Tale rigore fu anche facilitato dal fatto che la circolazione monetaria nel Regno sabaudo durante tutta la prima metà del XVIII secolo fu necessariamente piuttosto limitata: ciò si dovette sia alla scarsa disponibilità di metalli preziosi, sia al fatto che gran parte del salario agricolo fosse corrisposto in natura e, sempre in natura, venissero anche pagati alcuni servizi, quali la molitura del grano o la restituzione dei prestiti (anch’essi in beni di natura) ottenuti dai Monti Frumentarii e dai Monti Nummari.
Sebbene non si disponga di dati certi inerenti la circolazione monetaria nel regno sabaudo prima dell’introduzione della carta moneta, essa è stimata da G. Felloni in circa 13 lire per capita, ciò che corrisponderebbe ad un parco monetario complessivo di circa 35 milioni di lire. Questa stima coincide con l’opinione della Caligaris che, riportando stime di autori diversi, valuta la circolazione monetaria alla metà del secolo intorno ai 35 milioni di lire e con quella di Giovan Battista Vasco che in un suo breve saggio scritto intorno al 1785 afferma che verso la metà del secolo la circolazione monetaria effettiva, quindi con esclusione dei capitali tesaurizzati, si aggiri intorno ai 30 milioni di lire.
E’ necessario fare una netta differenza tra circolazione monetaria e numerario presente: in effetti lo scarsissimo sviluppo di istituti di deposito e le poche alternative offerte all’investimento di capitali fa sì che una parte molto rilevante di quest’ultimo, soprattutto la monetazione aurea, venga tesaurizzata e quindi agli effetti pratici ritirata dalla circolazione. Il numerario metallico esistente verso la metà del XVIII secolo può essere stimato pari ad un valore complessivo di circa 55 milioni, così suddiviso: 35 milioni in monete d’oro, 15 milioni in monete d’argento e 5 milioni in monete di rame o di bilione. Il numerario metallico effettivamente circolante probabilmente oscilla tra 15 e 25 milioni di lire, di cui il 25% in oro, il 50% in argento ed il restante 25% in rame o in mistura.
Carlo Emanuele III possiede una conoscenza solida e non superficiale dei meccanismi finanziari e monetari: è in grado di discuterne con i principali economisti del tempo, come Ferdinando Galiani. Pertanto anche la sua politica monetaria è molto rigorosa e prudente. Quando Carlo Emanuele III decide di introdurre sul mercato piemontese le prime banconote, lo fa attenendosi fedelmente ai criteri fondamentali esposti da John Law nei progetti presentati, trent’anni prima, alla Corte Sabauda ed evitando quei drammatici errori che condussero la Banque Royale al totale fallimento e che furono indebitamente attribuiti al banchiere scozzese, anziché al Reggente, vero colpevole.
Questa solida preparazione monetaria certamente non è estranea alla modernità delle emissioni cartacee sabaude, che si differenziano notevolmente dalle altre emissioni dell’epoca e anticipano di oltre un secolo lo sviluppo di organi e istituzioni centrali di emissione. Il Regno di Sardegna, primo tra tutti gli Stati del mondo occidentale, concepisce la cartamoneta non come mero documento contabile che riguarda transazioni economiche tra privati cittadini o tra privati e istituzioni creditizie, bensì come un vero e proprio strumento di pagamento con corso legale obbligatorio e con potere liberatorio illimitato, in tutto analogo al numerario metallico, emesso e garantito dallo Stato medesimo per mezzo di un organo pubblico: per molti aspetti, le Regie Finanze sono la prima vera istituzione centrale di emissione sorta in Europa.

Nei suoi ultimi quindici anni di regno, caratterizzati dal perdurare di un “insolito” periodo di pace, Carlo Emanuele III ebbe al suo fianco un collaboratore abilissimo: il torinese Giambattista Lorenzo Bogino (1701-1784). Poco più che ventenne, il Bogino fu chiamato a Corte da Vittorio Amedeo II che prima lo nominò sostituto procuratore generale, quindi consigliere di Stato. Carlo Emanuele III succedendo al padre non trascurò di valorizzare appieno i migliori collaboratori della Corte e assegnò al Bogino numerosi incarichi sia militari, sia diplomatici. Con la conclusione della guerra di successione austriaca e con la firma del trattato di pace di Acquisgrana (1748), finalmente iniziarono per l’Europa quattro decenni di pace, ai quali porrà termine, negli ultimi anni del secolo, il ciclone napoleonico. Ciò permise al monarca di risanare le finanze dello Stato e di favorire una politica di sviluppo sociale ed economico. A questo scopo il sovrano volle il Bogino al suo fianco, dandogli un ruolo di fatto assai superiore a quello previsto dalle Costituzioni del 1717 per un Segretario di Stato: Gianbattista Bogino, infatti, ricoprì il ruolo di un vero e proprio premier e fu l’alter ego di Carlo Emanuele III.
Gianbattista Bogino poté dedicarsi appieno agli aspetti economici. Dopo aver coadiuvato il Monarca sabaudo nell’impostazione della riforma monetaria, durante gli ultimi quindici anni del regno di Carlo Emanuele III Gianbattista Bogino presedette alla politica economica e monetaria sabauda, lasciando una duratura impronta.
La politica boginiana fu estremamente avveduta e “moderna” e le regole che il primo Ministro impose per risanare l’economia del Regno sabaudo sono ancora attuali, applicabili al risanamento di ogni economia nazionale in crisi. I fondamenti della sua politica furono i seguenti:
•   estremo rigore nelle emissioni di cartamoneta, che venne mantenuta ad un livello pari a circa il 20% di tutto il numerario effettivamente in circolazione e limitata emissione di numerario metallico a basso titolo;
•   rinnovo ed aggiornamento del catasto per una più equa politica fiscale;
•   contenimento del prelievo fiscale e allargamento della base fiscale ai ceti più ricchi in modo tale da assicurare una costante crescita alle entrate dello Stato: pari a 16,4 milioni nel 1763, giunsero a circa 18 milioni nel 1773 (il fisco assorbiva il 13% del reddito – l’11,7% a titolo di imposta prediale regia e comunale e l’1,3% a titolo di copertura degli oneri ecclesiastici e signorili -, quando negli stessi anni il prelievo fiscale negli altri Stati europei si aggirava intorno al 25-40% e superava l’80% nella Francia prerivoluzionaria);
•   contenimento delle spese pubbliche improduttive, tagliando soprattutto i fondi destinati al mantenimento della Corte, ridotti a 1.300.000 lire (il 7% del bilancio statale), e le spese militari, la cui incidenza sul bilancio scende dal 50% al 35% (8,5 milioni nel 1774);
•   limitato e occasionale ricorso all’emissione di luoghi del Monte per la copertura delle spese correnti e impiego del debito pubblico per il finanziamento di interventi ed opere pubbliche atte a stimolare l’economia del Paese e a creare pieno impiego;
•   sviluppo di “un’organizzazione della pubblica assistenza che non mancava di apparire, nel complesso, molto perfezionata, in confronto a quanto osservavasi nella maggior parte d’Italia e d’Europa, in quell’epoca” [da D. Occelli, Il monregalese nel periodo storico napoleonico, Mondovì 1950].

La pietra miliare del processo riformatore di Carlo Emanuele III e del suo ministro Gianbattista Bogino, è il nuovo testo delle Leggi e Costituzioni di Sua Maestà, codice fondamentale del Regno di Sardegna sino alla comparsa di quello albertino, il quale “ebbe l’approvazione universale delle persone , le quali in altri paesi erano incombenzate di compilarne uno per il loro paese […]. L’ultimo cancelliere di Federico II, autore principale del vero codice prussiano, trovò quello del Piemonte il migliore di venti altri che aveva consultato. Stimati giureconsulti francesi ne hanno fatto lo stesso elogio” [da C. Denina, Quadro istorico, statistico e morale dell’alta Italia, Torino s.d.].
Anche la condizione delle classi più umili trova in Carlo Emanuele III un attento monarca e in Bogino un sostenitore di una giustizia sociale che precorre i tempi. Al proposito, è di fondamentale importanza il Regio Editto del 19 dicembre 1771, nel quale si aboliscono i diritti feudali, affrancando terre e persone: a tale scopo si crea la Cassa degli Affrancamenti, ovvero un credito pubblico con il quale indennizzare i nobili “spoliati” dei loro privilegi, la cui iniziale richiesta di 30 milioni viene ridimensionata e ridotta a soli 5 milioni. Riforma socio-economica che tuttavia presenta un successo molto al di sotto delle aspettative, non solo a causa dell’opposizione dei proprietari fondiari, ma anche a causa dell’inerzia contadina, che spesso preferisce la vecchia condizione di vassallaggio piuttosto che la nuova di piccolo proprietario.
Ciò non di meno, grazie al binomio  tra Carlo Emanuele III ed il suo ministro nei circa quindici anni che intercorrono tra la riforma monetaria del 1755 e la morte del sovrano, la monarchia Sabauda si converte in uno degli Stati più efficienti, moderni e “populisti” dell’epoca e, nel contempo, in uno dei più assolutisti.

L’occasione per introdurre la carta moneta è data dalla gravissima crisi economica sopraggiunta nel 1745, quando, temendosi un nuovo e tragico assedio di Torino, si provvide ad acquistare enormi quantitativi di grano a prezzi assai elevati. Tuttavia mancavano i fondi necessari per affrontare questa ingente spesa, che si assommava agli altri elevati costi derivati dalla partecipazione alla guerra di successione austriaca, né appaiono soluzioni per reperire i necessari capitali sui mercati, in un momento dove la guerra pare volgere al peggio per il piccolo Stato Sabaudo.
Carlo Emanuele III raduna a Casale, dove si era recato per affrontare l’esercito franco-spagnolo, il Consiglio delle Finanze, per valutare il da farsi. Esclusa la possibilità di proporre in quell’occasione la sottoscrizione di un nuovo Monte, il ministro De S. Laurent propone di creare un titolo che costituisse una obbligazione nella sostanza ed una moneta nella forma: obbligazione per l’ingente valore nominale, che non lo rende atto alla circolazione, e per la sua natura fruttifera, ma moneta, in quanto a circolazione forzosa ed accettabile in pagamento di imposte. Nell’occasione, si riprendono in esame gli studi precedentemente realizzati in occasione della proposta avanzata da John Law a Vittorio Amedeo II, e la relativa documentazione viene fatta pervenire da Torino.
E’ così che si giunge ad un compromesso che sottolinea il carattere duplice dell’iniziativa quando con il Regio Editto del 26 settembre 1745 (v. figura) Carlo Emanuele III ordina di approntare una emissione di biglietti di credito per un importo complessivo pari a 4 milioni di lire, rimborsabili in cinque anni e fruttanti un aggio del 4%. L’emissione, infatti, prevede cinque tipologie di tagli: tre di essi – £. 3000, £. 1000 e £. 500 – per il valore nominale estremamente elevato non sono di fatto destinati alla circolazione e rappresentano a tutti gli effetti un titolo obbligazionario la cui sottoscrizione viene proposta, con pieno successo, ai banchieri piemontesi ed alle famiglie più abbienti del Regno; gli altri due tagli – £. 200 e £. 100 – sono invece destinati effettivamente alla circolazione, anche se la loro “spendibilità” è limitata dall’importo comunque assai elevato, in quanto anche il più piccolo è già superiore al reddito medio annuo della popolazione dello Stato Sabaudo.
Il testo integrale del Regio Editto del 26 settembre 1745, il quale rappresenta l’atto di nascita della carta moneta, non solo nel Regno di Sardegna, ma in tutta la penisola italiana, è il seguente:

“Per facilitare il vantaggio del pubblico Commercio, massimamente nel pagamento delle debiture sì attive, che passive delle nostre Finanze, avendo Noi considerato, che sarebbe un mezzo assai opportuno lo stabilire una quantità di Biglietti di credito, li quali debbino ne’ Stati nostri avere lo stesso corso, come se fossero di effettivo danaro contante; Ci siamo perciò disposti a praticarle, con accordar eziandio alli Proprietarj di detti Biglietti un aggio ragionevole, in modo che non rimanendo presso loro infruttiferi, si rendino per tale riguardo vieppiù commerziabili; Epperò in vigore del presente, di nostra certa scienza, e Regia autorità, avuto il parere del nostro Consiglio, abbiamo ordinato, ed ordiniamo alla Camera nostra de’ Conti di far immediatamente procedere alla formazione di tanti Biglietti di credito, quanti si richiederanno per l’importare di quattro milioni di lire, ripartendoli in cinque classi: la prima di Biglietti sei mila da lire cento caduno: la seconda similmente di Biglietti sei mila da lire ducento: la terza di due mila da lire cinquecento: la quarta da seicento da lire mille: e la quinta di ducento da lire tre mila.
Nella formazione di detti Biglietti prescriverà la Camera quelle cautele, che stimerà più proprie, per ovviare a qualunque pericolo di falsità, sia in ordine alla qualità della carta, e marco intrinseco di essa, che rispetto alle Cifre, e quelle altre estrinseche qualità, e condizioni, che si sogliono usare per un tal fine.
Ordinerà inoltre, che detti Biglietti si faccino in istampa per numero successivo in cadauna classe, ed in un Libro in forma di Bolla, e Controbolla: essendo così formati, gli farà soscrivere sotto una medesima data tanto da due Mastri Auditori, che dal Tesoriere nostro Generale, e dal Controllore della di lui Tesoreria generale, e gliene darà caricamento, come di danaro contante.
Ogni Biglietto di lire cento allo spirare di ciascun trimestre, incominciando dal primo del ventun Gennajo, riceverà a benefizio del Proprietario di esso l’augumento d’una lira, in maniera che nel corso, e termine d’un anno prenderà cadun Biglietto di lire cento l’augumento di lire quattro, e così a proporzione gli altri Biglietti di un maggior valore.
Nissuno potrà ricusare di prendere in pagamento li detti Biglietti, li quali si dovranno altresì ricevere senza veruna difficoltà da tutti li Tesorieri, e Ricevidori delle nostre Entrate, come di moneta effettivamente corrente, ed avente il valore presentaneo d’essa, tanto per le somme ne’ medesimi rispettivamente espresse, quanto per quel augumento, che avranno preso in fine di cadun trimestre, proibendo a chichessia di convenire, che li pagamenti fare si debbino, in danari contanti, e non in Biglietti, sotto pena di Scudi cinquanta d’oro, e della nullità di s¡ fatta convenzione.
Li Fabbricatori di falsi Biglietti, e coloro, che in qualsivoglia modo vi contribuiranno, o che scientemente gli spenderanno in commercio, si puniranno colla pena di morte, e confisca de’ loro Beni.
Spirato l’anno 1750, non avranno più li detti Biglietti alcun corso; Epperò coloro che ne terranno presso di se, dovranno per tutto il primo trimestre del 1751, presentargli alla Tesoreria generale, per riceverne in contanti il pagamento tanto della somma in essi espressa, che del valore, che avranno preso per tutto il fine del 1750.”

Non diversamente da quanto avvenne in Francia ed in Inghilterra, anche nel Regno di Sardegna la nascita della carta moneta nel Regno di Sardegna rispose al duplice obiettivo di prestito forzoso dei cittadini nei confronti delle Casse statali e di strumento di sviluppo dell’attività economica. Questa duplice funzione del biglietto di credito viene chiaramente descritta nel Regio Editto del 17 maggio del 1746, nel quale, come si è visto, l’emissione di cartamoneta è giustificata dalla necessità di “provvedere generalmente alli bisogni del pubblico commerzio [e di] fornire eziandio con questo mezzo un qualche maggior fondo alle nostre Finanze di cui valere si possano nelle strettissime urgenze della presente Guerra”. Tuttavia, al contrario di quanto avvenne in Francia ed Inghilterra, nel Regno di Sardegna con il passare degli anni, la circolazione delle banconote si converte da forzosa a spontanea e, dopo solamente tre anni, è necessario ridurre l’aggio sulla cartamoneta dal 4 al 2% per impedire una sua eccessiva tesorizzazione.
Nelle precedenti esperienze di emissione di cartamoneta – Johan Palmstruch ed il Banco di Stoccolma nel 1661, le bank notes della Bank of England nel 1694, John Law e la Banque Royale de France nel 1716 – vi fu sempre la presenza di una banca di emissione. Poiché, sia pure per ragioni diverse, queste tre esperienze furono fallimentari, è forse per questa ragione che Carlo Emanuele III, contrariamente al progetto originario del Law, non crea una banca di emissione, ma gestisce il circolante cartaceo in modo assai simile a quanto già avveniva nell’immissione sul mercato dei titoli di debito pubblico. La creazione, l’introduzione, la gestione ed il ritiro dei biglietti di credito è dunque un’operazione finanziaria gestita collegialmente da tutte le strutture fondamentali che compongono l’Azienda delle Regie Finanze: al Generale delle Finanze corrisponde sovrintendere e coordinare l’intero progetto mentre il Primo Ufficiale è preposto alla realizzazione dei biglietti; al Tesoriere Generale corrisponde sovrintendere alla conservazione e distribuzione del parco cartaceo; al Controllore Generale corrisponde sovrintendere agli aspetti contabili.
Questa collegialità gestionale si riflette anche fisicamente sui biglietti di credito. Questi, infatti, sono sottoscritti ad uno ad uno dai Mastri Uditori, alle dipendenze del Primo Ufficiale, dal Tesoriere Generale e dal Controllore della Tesoreria Generale, che funzionalmente dipende direttamente dal Controllore Generale.
Analogamente alle esperienze anteriori, i biglietti sono tutti numerati progressivamente e per ognuno di essi viene conservata la corrispondente matrice, ugualmente numerata. Il biglietto può definirsi “emesso” solo se numerato e completato da tutte le firme prescritte. Quindi esso viene irregolarmente tagliato a circa un terzo dal bordo sinistro, separandosi così la matrice dal biglietto vero e proprio, rilasciato all’utilizzatore: la matrice veniva conservata presso le Regie Finanze. La corrispondenza del taglio tra biglietto e matrice, volutamente irregolare, permette, qualora si renda necessario, una facile verifica dell’autenticità e legittimità del biglietto medesimo.
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La prima emissione: 1 gennaio 1746

Con la prima emissione di cartamoneta del Regno di Sardegna, stabilita, come abbiamo visto, dal Regio Editto del 26 settembre 1745 e dal corrispondente Manifesto Camerale del 23 ottobre 1745, si introducono in circolazione biglietti di credito nei valori facciali di 100, 200, 500, 1000 e 3000 lire: L’importo complessivo inizialmente è previsto in 4 milioni di lire, ma successivamente verrà ampliato sino a sommare 7,2 milioni di lire.
Il ricorso alla circolazione cartacea doveva essere una misura transitoria: infatti entro il primo trimestre del 1751 si sarebbe provveduto a ritirare tutta l’emissione, convertendo in numerario metallico i biglietti e l’ammontare degli interessi maturati. Nonostante alcune riluttanze iniziali, presto i biglietti di credito guadagnarono la fiducia del pubblico e, con essa, ottennero la generale accettazione.
Con l’introduzione dei biglietti di credito le Finanze del Regno raggiunsero gli obiettivi voluti: non vi era né il desiderio, né la possibilità di procedere alla prevista soppressione. Al contrario, ben presto la Corte emise il Regio Editto del 17 maggio 1746 nel quale venne stabilito di procedere ad un ampliamento dell’emissione stessa, mantenendo la medesima data nominale, poiché “il numero de’ Biglietti di Credito della prima e seconda Classe, cioè di quelli che non eccedono la somma di cento o di duecento lire […] non è punto bastevole per provvedere generalmente alli bisogni del pubblico commerzio [e] per agevolare non meno il medesimo che per fornire eziandio con questo mezzo un qualche maggior fondo alle nostre Finanze di cui valere si possano nelle strettissime urgenze della presente Guerra […] e con far altresì continuare la successiva loro numerazione”.
L’importo di questa tiratura è di 2 milioni di lire: 14000 biglietti nel taglio da 100 lire e 3000 in quello da 200 lire. L’aggio annuo dei biglietti è mantenuto pari al 4%. Invece la sanzione per coloro che rifiutano l’accettazione delle banconote od attribuiscano ad esse un valore inferiore al nominale ed all’aggio maturato viene raddoppiata: essa è infatti stabilita in 100 scudi d’oro, ciò che indirettamente conferma che vi furono significative resistenze all’accettazione dei biglietti di credito quale strumento di pagamento.
Tre mesi dopo, il Regio Editto del 22 agosto 1746 stabilisce di ritirare dalla circolazione i biglietti con valore facciale da 1000 e 3000 lire, sostituendoli con 5000 biglietti nel taglio da £. 100 e con 3500 in quello da £. 200, assai più agevoli e spendibili, mantenendo sempre la data 1 gennaio 1746. L’importo di questo ampliamento, 1.200.000 lire, è corrispondente al valore dei biglietti ritirati.

I Regi Editti ed i Manifesti Camerali sono piuttosto avari di notizie circa gli aspetti tecnici ed operativi connessi alle emissioni dei biglietti di credito. Per approfondire l’argomento la fonte principale di dati è costituita dall’Archivio di Stato di Torino che nelle sue due sedi conserva una ricchissima collezione di documenti d’epoca: lettere, minute, disposizioni, appunti, ed ogni altra sorta di documenti, non di rado del tutto inediti o addirittura sconosciuti.
I biglietti di credito sono stampati su fogli di carta pesante biancastra: la stampa, nera, è su un solo verso e la contraffazione della carta è resa più difficile mediante una filigrana costituita da un disegno a lisca di pesce interrotto dalla leggenda “biglietto delle R. Finanze di sua Maestà”. Ogni foglio, le cui dimensioni sono  pari a circa 335 x 205 mm, contiene una sola banconota, la quale ha una larghezza di circa 270 mm ed una altezza di circa 105 mm, oltre ad un ampio margine. Il disegno è simile per tutte e cinque le banconote: piuttosto semplice, anche in considerazione della situazione di emergenza in cui si produce l’emissione, i cinque biglietti sono tuttavia piuttosto eleganti e belli a vedersi.
L’operazione di stampa è realizzata in due momenti successivi: dapprima viene incisa la lastra di rame con l’intero biglietto, ma senza l’indicazione del luogo di emissione e della data; solo in un momento successivo si provvede alla formazione dei caratteri corsivi a completamento degli  stessi. Anche la stampa avviene in due momenti successivi, essendo diverse le tecniche impiegate. Ogni fase della realizzazione è documentata in maniera rigorosa, onde evitare i possibili abusi: dalla formazione della carta, osservandosi disposizioni molto severe per quanto concerne i telai utilizzati per filigranare la stessa, ad ogni momento delle due fasi di stampa.
Successivamente si procedeva alla validazione dei biglietti di credito, la quale avveniva riportando a penna il numero progressivo di identificazione e le firme di due Mastri Auditori (Bocca e Rambaudi, eventualmente sostituiti da Olivero o Freylino), del Tesoriere Generale (Butti) e del Controllore della Tesoreria Generale (Germano).
La validazione medesima seguiva una procedura definita in modo tale da impedire ogni abuso ed ogni eventuale “fabbricazione” illecita in sovrannumero. Allo scopo dapprima i Mastri Auditori procedevano a numerali ad uno ad uno e ad apporvi la loro firma; quindi i biglietti sottoscritti venivano “legati in tanti libri da biglietti cinquanta caduna” [2a Sezione, 1a archiviazione, Monti e biblietti di credito, Mazzo 1], come descrivono Bocca e Rambaudi nella loro nota del 2 gennaio 1746. Successivamente questi venivano inviati a Tesoriere Generale, Pietro Paolo Butti, il quale, a nome e per conto della Regia Camera de’ Conti, sovrintendeva a tutte le operazioni dalla prima fase (la preparazione della carta) sino all’ultima (la numerazione e sottoscrizione dei biglietti). Tutta l’attività svolta veniva dettagliatamente documentata dai Mastri Auditori.
A questo punto anche il Tesoriere Generale apponeva la sua firma e finalmente rimetteva i biglietti di credito debitamente numerati e sottoscritti, unitamente a quelli stampati in sovrannumero (la cui quantità era stata predeterminata da una specifica disposizione), a quelli per i quali si fosse incorso in qualche errore durante la fase di numerazione (quale, ad esempio, la non corrispondenza tra i numeri apposti sulla matrice e sul biglietto medesimo) ed ai fogli non stampati e non distrutti, agli Archivi della Regia Camera de’ Conti, dove pure venivano conservate le lastre utilizzate per la stampa medesima. La carta avanzata veniva distrutta, oppure consegnata ai medesimi Archivi.

I biglietti da 100 e 200 lire avevano una funzione monetaria, anche se il loro importo era tale da essere utilizzabili principalmente per il pagamento di beni immobili. Il reddito medio degli abitanti del Regno di Sardegna alla metà del secolo XVIII era di circa 70 lire annue e quello di un medico o di un avvocato di circa 500-1000 lire annue.

Il governo di Carlo Emanuele III, così come quello di Vittorio Amedeo II, si caratterizzarono per il loro grande rigore finanziario e per il senso etico della “cosa pubblica”. Quindi non stupisce che, come abbiamo indicato nel precedente capitolo, venissero prese misure molto rigorose per garantire che i biglietti di credito validati corrispondessero esattamente a quanto prescritto dai Regi Editti relativi e per impedire ogni frode. La documentazione minuta conservata nell’Archivio di Stato dimostra quanto rigorosamente tali disposizioni fossero rispettate.
A questo punto appare un fatto molto singolare. La numerazione prevista per questo taglio, tenendo conto i successivi Regi Editti che ampliarono l’emissione iniziale, va da 1 a 12.500. Tuttavia esistono alcuni fogli di questo taglio che riportano tre firme (quelle dei due Mastri Auditori e del Tesoriere Generale) ed una numerazione presumibilmente compresa tra 12.501 e 13.000, senza che, sino ad oggi, sia apparso alcun documento che giustificasse una numerazione eccedente quella autorizzata. Il fatto che si tratti di fogli integri farebbe escludere ogni intento di dolo, né, d’altra parte, sono emersi elementi che facciano dubitare dell’autenticità di questi fogli. I fogli con tre firme sino ad oggi apparsi sul mercato o nelle collezioni hanno tutti una numerazione superiore a 12.500 e sono circa una decina.
Esiste, inoltre, almeno una ventina di esemplari “apparentemente emessi” aventi numerazione superiore a 12.500: per questi esemplari esiste il legittimo sospetto che si tratti di fogli con tre firme, ritagliati e con falsificazione della quarta firma, quella del Controllore della Tesoreria Generale. Se così fosse, tale falsificazione potrebbe essere stata attuata all’epoca allo scopo di frodare lo Stato: ma questa ipotesi sembra debole, in quanto gli esemplari appaiono regolarmente annullati e, pertanto, sarebbero stati controllati dai funzionari degli Archivi della Regia Camera de’ Conti. L’altra possibilità è che siano stati falsificati fogli (probabilmente trafugati negli anni ‘30 dall’Archivio di Stato o da quello del Politecnico di Torino, dove erano in parte conservati, allo scopo di proporli sul mercato del collezionismo, che soprattutto è disposto a pagare molto bene gli esemplari regolarmente emessi (tutti di estrema rarità!), piuttosto che i fogli in bianco od esemplari non completamente sottoscritti.
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IL RILIEVO ECONOMICO DELLA CARTAMONETA CARLINA

E’ difficile ricostruire l’impatto sull’economia e sulla cultura finanziaria del Regno di Sardegna provocato dall’introduzione della moneta cartacea sul mercato. Essa si dovette confrontare con la diffidenza degli operatori finanziaria dell’epoca: il fallimento della Banque Royal voluta e creata da John Law, che già aveva ottenuto largo ascolto alla corte di Vittorio Amedeo II, e la perdita di valore delle banconote emesse dall’istituto di credito parigino, certamente provocò resistenza all’accettazione di un titolo che sembrava troppo simile a quello francese per non suscitare timori.
Infatti il Regio Editto che istituisce i biglietti di credito, prevedendo che gli stessi potessero essere ricusati, stabilisce un sanzione monetaria molto rilevante – 50 scudi d’oro! – per chiunque rifiuti la carta moneta in pagamento, ovvero le attribuisca un valore inferiore a quello nominale. Nonostante l’entità della sanzione, dobbiamo ritenere che vi fosse una certa ritrosia ad accettare in pagamento i biglietti di credito, poiché la sanzione per coloro che attribuivano ad essi un valore inferiore al nominale, inizialmente di 50 scudi, venne portata prima a 100 (Regio Editto del 17 maggio 1746), poi a 200 scudi (Regio Editto del 15 settembre 1749).
Vi è, invece, una grossa preoccupazione per fronteggiare i problemi derivati dalla falsificazione dei biglietti di credito. Essendo questi in tutto e per tutto assimilati alla moneta metallica, per la loro falsificazione si prevedono le medesime pene già stabilite per lo spaccio di moneta falsa: “li Fabbricatori di falsi Biglietti si avranno per Fabbricatori di false Monete e si puniranno con la pena di morte e confiscazione de’ Beni, nella quale incorreranno [anche] coloro che in qualsivoglia modo vi coopereranno o che scientemente gli spenderanno”.
Poiché l’introduzione della moneta cartacea era in larga misura associata al ritiro di quella in metallo pregiato, l’aumento di circolante che ne derivò fu probabilmente abbastanza contenuto almeno, come già abbiamo segnalato, sino alla prima metà del secolo. Inoltre la circolazione del biglietto di credito era certamente molto ristretta a causa dell’ammontare elevato del valore facciale degli stessi: il più piccolo dei tagli previsti, quello da 100 lire, era già superiore al reddito medio annuo della popolazione (circa 65-70 lire). I più elevati stipendi dell’epoca, le retribuzioni dei Primi Segretari di Stato (Ministri) agli interni ed agli esteri si aggiravano sulle 10.000 lire annuali; quelli degli intendenti andavano dalle 1.500 alle 3.000 lire; un dirigente dei servizi amministrativi, per esempio la Posta o l’ufficio delle Gabelle, guadagnava dalle 500 alle 1.500 lire; un medico o un avvocato comunale aveva una retribuzione media annuale di 500 lire. Il taglio da 100 lire superava il reddito di un impiegato dell’Opera di S. Paolo, che, come riporta Abrate, si aggirava sulle 80 lire annue; il taglio più grosso, quello da 3000 lire, permetteva di acquistare un alloggio elegante in Torino, oppure una tenuta agricola di circa una cinquantina di ettari.
In rapporto al loro valore in oro, nella prima metà del XVIII secolo 100 lire equivalevano a 5,6 doppie, ovvero a 11,6 zecchini, che corrispondono a circa 700.000 lire odierne, sebbene il relativo potere d’acquisto sia assai superiore. Dunque una banconota da £. 3000 equivale ad un capitale di circa 21.000.000 di lire odierne. E’ quindi ovvio che il biglietti delle Regie Finanze, nella sostanza, hanno mantenuto durante tutto il Regno di Carlo Emanuele III più la veste di titolo di credito al portatore, piuttosto che quella di effettivo contante spendibile. Ed effettivamente, anche per l’aggio assicurato, la circolazione dei biglietti di credito fu certamente molto limitata anche per i tagli di minore importo: a mano a mano che cresceva la fiducia del pubblico in questo titolo, esso veniva sempre più volentieri ritirato dalla circolazione e tesaurizzato.
L’idea iniziale di Carlo Emanuele III era quella di utilizzare i biglietti di credito quale strumento atto a fronteggiare le esigenze di cassa a breve, in modo analogo a quanto avviene con il moderno buono del tesoro: superate le quali, essi avrebbero dovuto essere ritirati dalla circolazione. Pertanto già nel Regio Editto del 1746 veniva stabilito che la validità dei biglietti di credito si protraesse solo sino al 31 dicembre 1750: durante il primo trimestre del 1751 la Tesoreria Generale avrebbe provveduto a convertirli in moneta metallica, incrementati dell’interesse maturato.

La convertibilità dei biglietti di credito si trasforma molto presto in un problema di difficile soluzione. Infatti la situazione finanziaria del Regno si sta facendo difficile, sicché con il Regio Editto del 13 dicembre 1747, preso atto della mancanza di fondi per poter provvedere al promesso ritiro dei biglietti di credito “non essendo le nostre Finanze in istato di fornire quel fondo, che perciò si richiede”, si decide di creare nuovi luoghi del Monte di San Giovanni Battista per un importo complessivo di tre milioni di lire al tasso del 5% “per quindi ricavare dall’alienazione di detti Luoghi una simile somma, cioè due milioni di lire in tanti Biglietti di credito, che dovranno essere ritenuti, e suppressi […] ed un milione di danari contanti, per essere impiegato […] nelle altre correnti di pubblica utilità”.
Ma anche la conversione dei biglietti di credito in debito pubblico garantito dai beni della città – i cosiddetti luoghi – è una opportunità per drenare circolante metallico e non solo cartaceo: infatti “il pagamento de’ Luoghi di detto Monte, che verranno alienati, si farà per un terzo in danari, e per due terzi in Biglietti, e rispetto all’aggio loro, sarà questo nell’istesso tempo pagato a’ Proprietarj col fondo. […] A misura che si pagheranno […] li suddetti due milioni in Biglietti, dovrà il Tesoriere nostro generale riporli in cassa a parte, per essere indi dal Generale delle nostre Finanze rimessi alla Camera nostra de’ Conti, acciocchè facci abbruciare li medesimi”. Da questo acquisto un po’ forzoso dei titoli pubblici sono tuttavia esenti le persone di minori risorse: infatti il “Generale delle Finanze farà in ogni Quartiere somministrare al Tesoriere della Congregazione di S. Paolo la somma di lire cinquantamila, per essere la medesima impiegata nel cambio in danari de’ Biglietti, non eccedenti il capitale di lire cento caduno; si farà detto cambio tanto per il capitale, che per l’aggio acquistato da’ medesimi Biglietti, ed in favore di quelle Persone povere, che la detta Congregazione stimerà essere nel caso di dover gioire di questo vantaggio”.
Per favorire il progressivo ritiro dalla circolazione dei biglietti emessi, nel 1747 venne aperto uno sportello presso la Congregazione di San Paolo a Torino, autorizzato a convertire i biglietti in metallico con il limite di 50.000 lire per ogni trimestre. Essa, inoltre, aveva anche ricevuto l’incarico di ritirare i biglietti di credito e di rilasciare in loro vece titoli del Debito Pubblico. Questa operazione ebbe pieno successo ed infatti durante i quattro anni successivi vengono ritirati biglietti di credito per un valore complessivo pari a lire 3.120.810, ben superiore a quanto previsto: lire 2.662.915 furono convertiti in titoli e altri biglietti da £. 100 e da £. 200 per un importo di lire 457.895 furono accettati in pagamento da parte della Tesoreria Generale del Regno. Tutti i biglietti ritirati furono bruciati.
Intanto il Regio Editto del 14 agosto 1750 prorogò di un anno il vigore dei biglietti di credito, precedentemente fissato al 31 dicembre 1750, ma anche questa nuova data viene superata: infatti il Regio Editto del 23 giugno 1751 fissò al 30 giugno 1753 la cessazione del vigore per i biglietti da 100 lire ed al 31 marzo 1752 per quelli da 200 lire, dando tempo ai loro possessori sino al 30 settembre 1753 per versarli alla Tesoreria Generale ed incassare l’importo nominale degli stessi e gli interessi maturati. Ma neppure questa data venne rispettata, ed infatti il Regio Editto del 26 giugno 1753 ne prorogò il vigore al 31 dicembre 1754. Di proroga in proroga, il vigore della prima emissione verrà mantenuto sino al 1756.

In quegli stessi anni in cui vengono immessi sul mercato i primi biglietti di credito delle Regie Finanze, Carlo Emanuele III porta a compimento quel processo di unificazione ed ampliamento territoriale dello Stato Sabaudo che già fu obiettivo di Carlo Emanuele II e Vittorio Amedeo III. Obiettivo raggiunto, tuttavia, a spese di una gravissima situazione finanziaria di squilibrio nel bilancio dello Stato, troppo gravato dalle spese militari, e di elevato indebitamento pubblico. Tra il 1750 ed il 1760, decennio di pace, circa il 50% del bilancio dello Stato Sabaudo è assorbito dalle spesi militari, mentre gli interessi passivi legati al debito pubblico ne assorbono un altro 25%.
La prudenza osservata da Carlo Emanuele III nella sua politica di introduzione della cartamoneta favorisce il superamento di ogni remora e diffidenza: non solo, genera addirittura fenomeni di tesaurizzazione grazie al tasso d’interesse fruttato dai biglietti di credito, il 4%, ritenuto dal mercato discretamente remunerativo in quanto gli interessi normalmente pagati sui titoli del debito pubblico oscillano tra il 4 ed il 6%. La fiducia ottenuta dal mercato ed il desiderio di favorire la circolazione del numerario cartaceo, stimolando in questo modo il commercio e la produzione, favoriscono l’abbassamento dell’aggio dei biglietti di credito, il quale poté presto essere dimezzato senza che venisse a meno la fiducia degli operatori commerciali.
Tuttavia nei primi anni che succedono alla prima emissione di cartamoneta, la circolazione cartacea è pressoché trascurabile ed i biglietti vengono ancora quasi tutti tesaurizzati. Infatti per i detentori di capitale non vi sono neppure molte alternative di fruttifero investimento che permettessero di mantenere una elevata liquidità in ogni momento.

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