Banca d’Italia
Costituzione: 1905
Codice ISMIN: 35194
🏦 Che cos’è una "Cartella Fondiaria"
Le cartelle fondiarie erano una forma di obbligazione garantita da mutui ipotecari su immobili rurali o urbani, emesse da istituti di credito autorizzati, per finanziare a lungo termine i proprietari fondiari. In Italia, tale sistema era regolato da:
Legge del 25 giugno 1865 (n. 2332) e successive modifiche.
- Altro
🏦 Che cos’è una “Cartella Fondiaria”
Le cartelle fondiarie erano una forma di obbligazione garantita da mutui ipotecari su immobili rurali o urbani, emesse da istituti di credito autorizzati, per finanziare a lungo termine i proprietari fondiari. In Italia, tale sistema era regolato da:
Legge del 25 giugno 1865 (n. 2332) e successive modifiche.
Le cartelle venivano rimborsate per estrazione a sorte semestrale, prassi comune nei prestiti pubblici ottocenteschi.
In questo caso, l’emittente è la Banca d’Italia – Sezione Credito Fondiario, subentrata alla liquidazione della Banca Nazionale del Regno d’Italia, già attiva nella gestione di cartelle analoghe dal periodo post-unitario.
🎯 Finalità economica
Questa emissione aveva uno scopo ben definito:
Fornire credito agrario e urbano garantito da ipoteca.
Offrire ai piccoli e medi risparmiatori un titolo sicuro, a rendimento costante, garantito dalla banca centrale.
Stimolare la circolazione monetaria e la fiducia nel risparmio nazionale.
Storia:
La Banca d’Italia (giornalisticamente nota anche come Bankitalia) è la banca centrale della Repubblica Italiana, parte integrante dal 1998 del sistema europeo delle banche centrali (SEBC).
Si tratta di un istituto di diritto pubblico. La sede centrale è Palazzo Koch a Roma, con sedi secondarie e succursali in tutta Italia, mentre l’attuale governatore è Ignazio Visco, nominato il 20 ottobre 2011.
Nel 1863 la crisi del mercato monetario mondiale creò il panico e la corsa agli sportelli a ritirare la moneta metallica in cambio delle banconote. Il Governo italiano rispose nel 1866 introducendo il corso forzoso ed il corso legale della cartamoneta. Il governo fu accusato in questo modo di favorire i banchi d’emissione e ne nacque un lungo dibattito chiamato “questione bancaria” circa l’opportunità di avere uno o più istituti d’emissione.
La legge Minghetti-Finali del 1873 costituì il Consorzio obbligatorio degli istituti di emissione fra i sei istituti di emissione esistenti, la Banca Nazionale degli Stati Sardi, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, ma la misura si rivelò insufficiente.
In seguito allo scandalo della Banca Romana si rese necessario il riordino degli istituti di emissione[1]. La legge n. 449 del 10 agosto 1893 istituì la Banca d’Italia mediante la fusione di quattro banche: la Banca Nazionale nel Regno d’Italia (già Banca Nazionale negli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e la gestione liquidatoria della Banca Romana. Con una serie complessa di fusioni fra queste banche, si formò l’attuale Banca d’Italia. Artefici dell’operazione furono alcune famiglie di banchieri, soci storici: Bombrini, Bastogi, Balduino.
La banca rimaneva una società per azioni di diritto privato e al suo vertice c’era un direttore. L’istituto godeva (insieme ai Banchi di Napoli e Sicilia) del privilegio di emissione, inoltre fungeva da “banca delle banche” attraverso il risconto delle cambiali, ma non aveva poteri di vigilanza sulle altre banche.
Dal 1900 al 1928 fu direttore Bonaldo Stringher, che diede alla Banca il ruolo di gestore della politica monetaria italiana e di prestatore di ultima istanza, avvicinandola ad una moderna banca centrale. In particolare egli comprese che una banca centrale non può avere come obiettivo la massimizzazione del profitto (che si ottiene stampando quanta più cartamoneta) ma deve invece mirare alla stabilità dei prezzi.
Nel 1907 la Banca d’Italia coordinò il salvataggio della Società Bancaria Italiana, grande finanziatrice della FIAT, operazione che terminò con l’assorbimento della banca in crisi nella Banca Italiana di Sconto. Nel 1911 la banca centrale organizzò il consorzio di salvataggio delle imprese siderurgiche (Acciaierie di Terni, Ilva e altre) di cui la Banca d’Italia era direttamente creditrice, finanziando l’operazione anche mediante l’emissione di banconote.
Nel 1912 fu costituito l’Istituto di credito per la cooperazione, con finalità sociali, guidato dalla Banca d’Italia e partecipato anche da enti pubblici, casse di risparmio, dal Monte dei Paschi di Siena, dalla Cassa di Previdenza, e dall’Istituto di Credito per le Cooperative di Milano. L’istituto nel 1929 fu trasformato dal suo direttore Arturo Osio nella Banca Nazionale del Lavoro.
Nel 1913 fu costituito il Consorzio Sovvenzioni, guidato dalla Banca d’Italia e partecipato anche dai Banchi di Napoli e Sicilia, dal alcune casse di risparmio, dal Monte dei Paschi di Siena e dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino. Nel 1922 il Consorzio salvò la Ansaldo e ne assunse il controllo e nel 1923 fece lo stesso con il Banco di Roma.
Nello stesso 1913 Francesco Saverio Nitti elaborò un progetto di legge che affidava alla Banca d’Italia la vigilanza sulle altre banche, ma le banche private riuscirono ad evitarne l’approvazione.
Nel 1914 la Banca d’Italia aiutò il Banco di Roma, che aveva dovuto svalutare il capitale a causa di perdite riportate nelle attività nel Mediterraneo orientale.
Dopo la prima Guerra mondiale, nel 1921, fu sempre la Banca d’Italia a guidare il consorzio che gestì la liquidazione della Banca Italiana di Sconto e salvò il Banco di Roma nuovamente in crisi.
L’Italia degli anni ’30 aveva un’economia agricola, un ridotto numero di famiglie industriali che si affidavano alla subfornitura di un indotto locale, formate da una miriade di piccole imprese a conduzione famigliare, non internazionali e la cui sopravvivenza dipendeva dai grandi gruppi industriali, a loro volta legati alle banche commerciali.
Il risparmio dell’agricoltura confluiva nelle casse rurali, nelle banche popolari e del credito cooperativo che finanziavano la vita dell’artigianato, del piccolo commercio e dell’edilizia provinciali. Il mestiere delle banche era mettere d’accordo l’orizzonte di investimento nel breve periodo dei clienti, con gli investimenti di lungo periodo dei grandi gruppi (Risconto). Le banche nazionali si rivolgevano a quelle locali che avevano una grande raccolta di depositi a fronte di impieghi minori e a basso rischio.
La Cassa Depositi e Prestiti convogliava il risparmio postale a favore degli enti locali, degli istituti pubblici e delle infrastrutture, che erano un modo di riassorbire la disoccupazione di massa, tramite un vasto programma di opere pubbliche.
Dopo la “defenestrazione” di Bonaldo Stringher, gli subentrò Alberto Beneduce costretto a ritirarsi nel 1936 dopo un “infarto” durante una riunione alla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. Essi concepirono il dovere delle banche verso l’interesse pubblico del Paese, come il soggetto che doveva raccogliere il risparmio per prestarlo agli imprenditori, come strumento di sviluppo e di crescita. Il processo doveva essere guidato da una “Banca di circolazione”, che aumentasse la velocità di circolazione della moneta nell’economia reale.
La Banca centrale sostenne la politica monetaria fascista di difesa della stabilità della lira (nota come “quota 90”), mediante la contrazione degli sconti e delle anticipazioni, e di finanziamento delle enormi spese belliche tramite un’emissione illimitata di moneta (e la “tassa da inflazione”, non progressiva col reddito), come operò Schacht sotto Hitler.
Operativamente, il Governo emetteva e vendeva titoli di debito per finanziare la spesa militare, e l’industria militare reinvestiva i suoi profitti governativi nell’acquisto di tali titoli come un anticipo di fatto di futuri ordinativi, alimentando un circuito finanziario chiuso.
Questo meccanismo era detto “circuito di capitali”.La stampa di biglietti e la scarsità di beni di consumo creavano una sovrabbondanza di moneta che si riversavano nei depositi bancari, permettendo una nuova espansione del credito, che era diretta a favore degli stessi settori economici, dato che lo Stato pagava alle banche un interesse sui Bot maggiore che ai risparmiatori. L’assorbimento del risparmio negli investimenti in capitale fisso era già avvenuto nella Prima Guerra Mondiale e le industrie lavoravano con le capacità produttive esistenti. Senza consumi e investimenti, restava appunto la spesa pubblica dello Stato.
La guerra poté iniziare con un modesto prelievo fiscale e un’inflazione entro limiti della norma nei primi mesi, prima del mercato nero e delle tessere annonarie.
La situazione seguiva al conflitto di interessi fra Stato-imprenditore e Stato-banca, anche se nel nome di un fine ideologico superiore.
Nel 1938, il Governo decretò il potere di nominare direttamente presidenti e vicepresidenti dei consigli di amministrazione delle banche.
Beneduce aveva in progetto che una banca pubblica si accollasse il credito a lungo termine delle grandi imprese, finanziato con obbligazioni di pari durata per opere pubbliche, energia, industria. Dopo di loro la Banca Centrale tenne una politica monetaria di basso profilo, coerente con le direttive del fascismo.
L’IRI operò diversamente, in accordo con le banche e industrie italiane che sostenevano il fascismo. Le banche rinunciarono ad esercitare un’opzione “convertendo” dei debiti in azioni (o ad una legge a riguardo), preferendo non entrare direttamente nella proprietà dei gruppi industriali.
I gruppi giravano i debiti bancari all’IRI che ne diventava la nuova titolare in cambio di azioni (al valore di libro, non sempre uguale a quello di borsa), fino a detenere il controllo della proprietà e quindi della gestione.
Il debito dell’IRI salì a nove miliardi e mezzo di lire dell’epoca, di cui due terzi pagati entro la guerra, perché drasticamente diluiti dall’inflazione che ha l’effetto di abbassare il peso reale dei debiti fino ad annullare le partite contabili di emissione, ma anche di dimezzare il potere d’acquisto dei piccoli risparmiatori. Il restante debito fu saldato entro il 1953. L’IRI a sua volta aveva debiti verso la Banca d’Italia per cinque miliardi di lire: lo Stato emise per l’IRI titoli per un miliardo e mezzo, “sterilizzando” il debito che avrebbe dovuto ripagarsi con gli interessi “di rendita” maturati fino al 1971. Il cambio di ordinamento costituzionale e di moneta (cambio per la conversione), e l’inflazione fecero sì che l’IRI (e le industrie) pagarono alla Banca d’Italia meno di un terzo della somma.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre le autorità tedesche pretesero la consegna della riserva aurea. 173 tonnellate d’oro furono trasferite dapprima presso la sede di Milano, e poi a Fortezza. Successivamente se ne persero le tracce.
L’inflazione del Dopoguerra, dovuta anche alle Am-lire, fu combattuta con la stretta creditizia voluta dal governatore Luigi Einaudi, che fu ottenuta mediante la riserva obbligatoria sui depositi. Fu utilizzato in particolare lo strumento delle riserve obbligatorie delle banche presso la banca centrale, introdotto nel 1926 ma mai davvero applicato. Nel 1948 venne conferito al governatore il compito di regolare l’offerta di moneta e decidere il tasso di sconto.
Le banche universali erano quelle che avevano più guadagnato dalla guerra e dall’inflazione (sotto il Regime di autorizzaziome del Comitato Interministeriale del Credito), con la maggiore crescita dei depositi.
Insieme con la ripresa, si manifestarono le scorte speculative e fuga di capitali all’estero. I limiti di credito non erano più collegati al patrimonio, perché i dati patrimoniali erano del tutto deformati dall’inflazione.
La stretta agli impieghi, la crisi di liquidità e la deflazione enaudiana spinsero gli operatori a finanziarsi mettendo sul mercato le scorte e con il rientro di capitali, bloccando in questo modo l’aumento dei prezzi; e ricorrendo all’autofinanziamento (anche non distribuendo profitti), aiutato dal fatto che l’inflazione aveva permesso di ammortizzare rapidamente immobilizzazioni il cui valore di libro era ormai nominale.
Durante gli anni della Ricostruzione il governatore Donato Menichella governò l’emissione in modo graduale ed equilibrato: non attuò manovre espansive per favorire la crescita, ma fu attento ad evitare che si creassero delle strette creditizie. In questo fu aiutato dal basso debito pubblico. Il suo programma di politica monetaria era la stabilità per lo sviluppo.
Una parte del risparmio bancario disponibile era convogliata annualmente al Tesoro per coprire il disavanzo di bilancio (nell’anno corrente), mentre durante il suo mandato il debito pubblico dello Stato non salì mai oltre l’1% del PIL, fino al 1964.
Negli anni sessanta il debito pubblico aumentò e anche l’inflazione. Il governatore Guido Carli fece una politica di stretta creditizia per arrestare l’inflazione, in particolare nel 1964. In generale sotto questo governatorato la Banca d’Italia ebbe un importante ruolo politico. Altre strette creditizie furono attuate fra il 1969 e il 1970 a causa della fuga di capitali all’estero e nel 1974 in conseguenza della crisi petrolifera.
Nel marzo 1979 il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vicedirettore incaricato della vigilanza Mario Sarcinelli furono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale. Sarcinelli venne arrestato, e scarcerato solo a seguito della sospensione dagli incarichi relativi alla vigilanza, mentre Baffi evitò il carcere a causa della sua età. Nel 1981 i due verranno completamente assolti. In seguito emergerà il sospetto che l’incriminazione fosse stata voluta dalla P2 per impedire alla Banca d’Italia di vigilare nei confronti del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Nel luglio 1981 venne avviata, per decisione dell’allora Ministro del tesoro Beniamino Andreatta, il “divorzio” fra lo Stato (Ministero del Tesoro) e la sua banca centrale. Da quel momento l’istituto non era più tenuto ad acquistare le obbligazioni che il governo non riusciva a piazzare sul mercato, cessando quindi la monetizzazione del debito pubblico italiano che aveva eseguito dal secondo dopoguerra fino a quel momento. Tale decisione fu osteggiata dal Ministro delle finanze Rino Formica, il quale avrebbe voluto che la Banca d’Italia fosse tenuta a rimborsare almeno una quota di questi titoli, e si giunse dall’estate 1982 ad una serie di scontri verbali intra-governativi fra i due ministri nota come la Lite delle comari, cui seguì la caduta del secondo governo Spadolini pochi mesi dopo.
Il Divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia viene tutt’ora considerato dalla dottrina economica come fattore di grande stabilizzazione dell’inflazione (passata da oltre il 20% del 1980 a meno del 5% degli anni a seguire) e presupposto centrale per garantire la piena indipendenza dell’organo tecnico di politica monetaria (banca centrale) dalle scelte legate alla politica fiscale (di competenza del governo), caratteristica tipica delle economie moderne.
La legge del 7 febbraio 1992 n. 82, proposta dall’allora Ministro del tesoro Guido Carli, chiarisce che la decisione sul tasso di sconto è di competenza esclusiva del governatore e non deve essere più concordata di concerto con il ministro del Tesoro (il precedente decreto del presidente della Repubblica, viene modificato in relazione alla nuova legge con il DPR del 18 luglio). Il d.lgs 10 marzo 1998 n. 43 sottrae la Banca d’Italia alla gestione da parte del governo italiano, sancendo l’appartenenza della stessa al sistema europeo delle banche centrali. Da questa data quindi la quantità di moneta circolante viene decisa in autonomia dalla Banca centrale. Il 13 giugno 1999 il senato della Repubblica, nel corso della XIII Legislatura discute il disegno di legge n. 4083 “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia”. Tale disegno di legge vorrebbe far acquisire dallo stato tutte le azioni dell’istituto, ma non viene mai approvato.
Il 4 gennaio 2004 il numero 1 di “Famiglia Cristiana” riporta, per la prima volta nella storia, l’elenco dei partecipanti al capitale della Banca d’Italia con le relative quote. La fonte è un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta dal ricercatore Fulvio Coltorti, il quale, indagando a ritroso sui bilanci di banche, assicurazioni ed enti, ed annotando mano a mano le quote che segnalavano una partecipazione al capitale della Banca d’Italia è riuscito a ricostruire gran parte dell’elenco dei partecipanti della massima istituzione finanziaria italiana.
Il 20 settembre 2005 l’elenco degli azionisti viene reso ufficialmente disponibile da Bankitalia; fino a questo momento era considerato riservato. Il 19 dicembre 2005, dopo intense campagne di stampa e critiche al suo operato nell’ambito dello scandalo di Bancopoli, il governatore Antonio Fazio si dimette. Pochi giorni dopo, viene nominato al suo posto Mario Draghi, che si insedierà il 16 gennaio 2006.
La legge 28 dicembre 2005, n. 262, nell’ambito di varie misure a tutela del risparmio, introduce per la prima volta un termine al mandato del governatore e dei membri del direttorio. Essa ha inoltre affrontato (articolo 19, comma 10) il tema della proprietà del capitale della Banca d’Italia prevedendo la ridefinizione dell’assetto partecipativo dell’Istituto mediante un regolamento governativo da emanarsi entro tre anni dall’entrata in vigore della legge stessa. Tale regolamento avrebbe dovuto disciplinare le modalità di trasferimento delle quote in possesso di “soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici”. La delega operata dalla legge 262/2005 è dunque venuta a scadenza senza che sia stato emanato il regolamento, ma il diritto alla titolarità delle quote degli attuali partecipanti è comunque salvaguardato da una norma dello Statuto della Banca. Sulla base della legge 262/2005, Mario Draghi diventa il primo governatore ad avere un mandato a termine di sei anni, rinnovabile una sola volta per ulteriori sei anni.



