Eredi Frazzi fu Andrea

Costituzione: 3 dicembre 1928

Eredi Frazzi fu Andrea

ID: 359

La Fornace Frazzi è una storica fornace situata nella frazione di Ponticelli, nel comune di Città della Pieve, in provincia di Perugia, e per più di quaranta anni fu una delle più importanti attività produttive di laterizio della Valdichiana. Appartenuta alla famiglia Frazzi di Cremona, già proprietaria della "Eredi Frazzi fu Andrea - Cremona, Società Anonima per l'industria dei Laterizi", la fornace pievese divenne la sede produttiva della Società per tutto il Centro-Italia, grazie alla fortunata posizione rispetto ai grandi centri urbani, come Roma o Firenze, e alla presenza di cave di argilla di ottima qualità. Per l'intero periodo di attività dello stabilimento, la vita dei cittadini pievesi fu così tanto legata a quella della fornace che quest'ultima po... Altro

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La Fornace Frazzi è una storica fornace situata nella frazione di Ponticelli, nel comune di Città della Pieve, in provincia di Perugia, e per più di quaranta anni fu una delle più importanti attività produttive di laterizio della Valdichiana. Appartenuta alla famiglia Frazzi di Cremona, già proprietaria della “Eredi Frazzi fu Andrea – Cremona, Società Anonima per l’industria dei Laterizi”, la fornace pievese divenne la sede produttiva della Società per tutto il Centro-Italia, grazie alla fortunata posizione rispetto ai grandi centri urbani, come Roma o Firenze, e alla presenza di cave di argilla di ottima qualità. Per l’intero periodo di attività dello stabilimento, la vita dei cittadini pievesi fu così tanto legata a quella della fornace che quest’ultima poté essere definita “come la Fiat per Torino”.

Storia della Fornace

Prima dell’acquisto dei Frazzi 1929-1936

La fornace di Ponticelli venne acquistata dai Frazzi, nel 1936, dalla famiglia Tini di Castiglione del Lago che la gestiva dal 1929. Nella documentazione per la celebrazione dei “cinquanta anni di vita dell’azienda a Cremona” viene ricordato in modo succinto, il motivo per cui si decise di investire a Città della Pieve, rilevando una piccola fornace che era di proprietà della famiglia Tini, originaria del castiglionese che aveva continuato la tradizione della produzione del laterizio a Città della Pieve, nota sin dal tredicesimo secolo. “Nel 1936, la Società, per soddisfare meglio ed a migliori condizioni le richieste che le venivano dalla clientela dell’Italia Centro-Meridionale, acquistò un piccolo stabilimento posto nel Comune di Città della Pieve, vicino alla stazione ferroviaria di Ponticelli, sulla linea Firenze-Roma, poco a sud di Chiusi (Si). Simultaneamente acquistò un podere confinante comprendente una collina di ottima argilla ed altri appezzamenti contigui pure questi dotati di materia prima. Venne costituita così un’area che senza discontinuità consentiva di sviluppare lo stabilimento. Senonché nel settembre del 1937, per un nubifragio di inaudita violenza, i canali raccoglitori delle acque colanti dalle circostanti colline si gonfiarono enormemente ed attraverso una breccia, prodottasi nell’argine di difesa, dette acque precipitarono nello stabilimento che ne risultò completamente allagato. Si procedette subito alle riparazioni ed alla ricostruzione delle opere più urgenti ed alla messa a punto delle macchine. Si costruì poi un’altra fornace più capace della prima, mentre quella rovinata veniva ricostruita sviluppandone i locali sovrastanti destinati ad essiccatoio. Si eressero pure altre tettoie per ricoverare i materiali e finalmente si completò la dotazione dei mezzi d’opera in modo da avere una produzione assai maggiore. Si provvide anche a recingere tutto lo stabilimento di un alto e valido argine per far fronte ad ogni sfavorevole contingenza avvenire”.

L’avvio della gestione della fornace da parte di Frazzi 1936-1945

L’attività dei Frazzi nel Centro-Italia poteva contare di un supporto produttivo nell’area del pievese e di un ufficio vendite e rappresentanza nella città di Roma. Entrambe le attività erano alle dipendenze della Direzione Generale di Cremona ma fu nominato, dalla stessa Società, nel 1937, un unico responsabile: l’ing. Rindi. Da allora fino alla metà degli anni sessanta, la Fornace Frazzi ha rappresentato per Città della Pieve e per i paesi confinanti, insieme all’agricoltura, la principale fonte di occupazione. In questo primo periodo, l’attività produttiva poteva contare su una quarantina di operai e di una limitata quantità di stagionali. Durante la guerra infatti, molti uomini furono chiamati alle armi, altri ancora decisero di partecipare alla Resistenza e la fornace poté contare sull’impegno e sulla fatica delle donne rimaste a casa. Durante il Secondo Conflitto Mondiale e durante le fasi della Liberazione, la struttura non subì danni.

La ripresa delle attività durante il boom economico 1945-1960

Nel dopoguerra e negli anni ’50, soprattutto dopo la costruzione dell’essiccatoio, l’occupazione fra fissi e stagionali arriverà a contare 280 persone, compresi gli amministratori e gli impiegati negli uffici. Se durante il periodo prebellico la fornace forniva materiale per i costruttori locali, durante il periodo di ricostruzione, il bacino di utenza per la vendita dei prodotti Frazzi si estese a Roma, Napoli e Salento. Erano quelli gli anni in cui si ricostruiva l’Italia e i grandi costruttori degli anni sessanta diedero inizio ai progetti di lottizzazione delle periferie di grandi città.

La crisi e la vendita 1960-1968

Alla fine degli anni ’50 furono realizzate delle migliorie tecnologiche che consentirono un risparmio dal punto di vista energetico e dei carichi di lavoro. Le tipologie di forno maggiormente utilizzate erano quelle del forno Hoffmann e Migeon. I sistemi di cottura utilizzati fino a questo momento prevedevano infatti un notevole dispendio di combustibile e di manovalanza, dovendo, la cottura dei materiali, avvenire sotto la coordinazione dei fochisti e delle cicliche fasi di carico e scarico dei materiali crudi e cotti. Già le altre fornaci concorrenti avevano avviato un processo di produzione ed essiccazione meccanizzato ed un tipo di cottura ottimizzata. Con i nuovi forni a tunnel, i materiali, disposti su carrelli mobili, seguivano il processo di preriscaldamento, cottura e raffreddamento in modo automatizzato. La cottura del laterizio, all’interno dei forni Hoffman, apparve subito non in linea con i tempi più veloci della nuova concorrenza. Di questo si accorse Arnaldo Frazzi, quando, prima ancora dell’inaugurazione del nuovo forno, sentenziò di aver fatto nascere un figlio già vecchio. In quel periodo, durante le fasi di escavazione, molta della argilla estratta cominciò a presentare impurità date dalla presenza della “lumachella”, conchiglia fossile, non rara nel terreno del basso pievese, caratterizzato da depositi deltizi di ghiaia, sabbie e argille. Questa conchiglia fossile risultava dannosa ai laterizi durante il processo di cottura o spesso creava efflorescenze sui mattoni facciavista. La scoperta della “lumachella” rallentò i processi di produzione sia perché le argille dovevano essere lasciate a riposare per un medio periodo e perché fu immediatamente spostata la ricerca di argille più pure verso un’altra cava. Inoltre, la Famiglia Frazzi non aveva discendenti maschi che dopo la morte di Arnaldo Frazzi avrebbero preso in mano l’attività di famiglia e ne avrebbero continuato la produzione. Al primo sentore di una possibile chiusura della fabbrica fu organizzata un’occupazione permanente dello stabile che durò per circa un mese. Così, prima lo stabilimento di Cremona poi quello di Città della Pieve, nel 1968, smisero definitivamente l’attività. Quest’ultimo fu venduto ad una Società locale.

La nuova gestione ILPA e la chiusura definitiva 1968-1979

Nel 1968, Frazzi cedette la fabbrica alla società ILPA. Questa era costituita dal Rag.Benemio, imprenditore edile locale, e da altri due soci, uno di questi il Sig. Pernicini, proprietario di un’altra piccola fornace sul territorio. La politica di produzione fu mantenuta pressappoco invariata rispetto alla gestione Frazzi: diminuirono i prodotti commerciali, il numero di operai e non furono apportate modifiche al sistema produttivo, eccezione fatta per la costruzione di un altro piccolo forno. Nel 1979, la società licenzierà tutti i suoi operai e chiuderà definitivamente lo stabilimento.

La demolizione 2000

Il Progetto di Zonizzazione, Convenzione del 23.02.2000 (Comune di Città della Pieve), prevedeva la completa demolizione della Ex Fornace Frazzi a causa delle condizioni fatiscenti delle strutture. Così furono abbattuti la Vecchia Fornace, il Locale ristoro degli operai (costruito probabilmente dopo il passaggio da Frazzi ad ILPA), la casa del custode ed un ulteriore casale, la vecchia cabina elettrica e il capannone per la fabbricazione dei mattoni. Durante le operazioni di demolizione si dovette procedere alla rimozione dei tegoli in cemento amianto di alcune coperture. Quello che fu il grande piazzale per il deposito dei materiali oggi è occupato da un grande capannone industriale. A testimonianza delle vecchie cave sono rimasti tre laghetti molto profondi ed una collina scavata a metà proprio a ridosso dell’Autostrada A1, tra l’uscita di Fabro e Chiusi.

Architettura della Fornace

Lo stabilimento Frazzi comprendeva più edifici adibiti a funzioni differenti, legate sia alla produzione che alla gestione amministrativa e contabile della fabbrica. Dal momento dell’acquisto da parte della famiglia Frazzi al periodo di completa demolizione della fornace, furono molti gli interventi edilizi che coinvolsero gli impianti di produzione del laterizio. Del complesso produttivo rimane oggi solamente la cabina elettrica in muratura, la sede degli uffici, i binari per il trasporto interno dei prodotti e cumuli di vecchi mattoni. Si accedeva allo stabilimento da una piccola traversa di Vocabolo della Fornace, strada ancora oggi molto frequentata da chi, provenendo da Chiusi, da Fabro o da Città della Pieve voglia dirigersi verso Cetona o addentrarsi nelle campagne della Valdichiana romana. Dopo il cancello d’ingresso si trovava la casa del custode, un edificio bianco a pianta quadrata. Poco distante, la palazzina degli uffici (oggi ancora visibile sul sito), con al piano terra lo spazio di lavoro dei contabili e degli amministratori mentre al primo piano la casa del Rag. Settimio Merli e della sua famiglia. All’interno dello stabilimento di trovavano due fornaci, la più antica dil tipo Hoffman ed una più nuova e più grande del tipo Migeon. L’impianto era dotato di due mattoniere, rispettivamente chiamate M12 e M11. Accanto alla vecchia fornace c’erano le “gambette”: telai di legno sostenuti da gambe del medesimo materiale che servivano per reggere i laterizi crudi, durante il lungo periodo di essiccazione. Per coprire il materiale durante giornate particolarmente assolate o durante i giorni di pioggia, inizialmente erano usati dei tavelloni disposti alla sommità delle pile, poi delle stuoie di cannicciato. Quando alla fine degli anni ‘50 venne costruito l’essiccatoio, il processo divenne meccanizzato e i tempi per l’essiccazione si dimezzarono. Il trasporto dell’argilla, dalla cava all’impastatrice, dei materiali crudi verso l’essiccatoio e poi verso i forni, fino al deposito sul piazzale dei materiali cotti avveniva su carrelli tipo vagonetto Decauville, spinti a mano sui binari che correvano per tutta l’area dello stabilimento. Il prodotto finito era depositato e disposto per tipologia su un grande piazzale, in attesa di essere caricato sugli automezzi per il trasporto fino in cantiere. Durante il periodo di gestione da parte della famiglia Frazzi non furono mai realizzati né uno spazio mensa per gli operai, né una pesa per i camion.

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