Monte di Pietà ed unita Cassa di Risparmio di Ragusa
Costituzione: 1902
Codice ISMIN: 51602
Storico istituto bancario, fondato come "Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele II per le provincie siciliane" il 31 ottobre 1861 per celebrare il primo anniversario del plebiscito per l'unità d'Italia, ma attivo dal 19 gennaio 1862.
Il Capitale sociale era di 42.500 lire, e iniziò le sue operazioni con un modesto fondo di dotazione, costituito in parte con il contributo del Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio e in parte con porzione degli utili delle due Casse di sconto istituite, sotto il dominio borbonico, a Palermo e a Messina.
Nel 1887 gli amministratori dell’Istituto conclusero le trattative per l’acquisto dell’area di una parte dell'ex convento dei Padri Mercedari scalzi che ne fecero sportelli dal 1891 e poi la sede centrale... Altro
Storico istituto bancario, fondato come “Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele II per le provincie siciliane” il 31 ottobre 1861 per celebrare il primo anniversario del plebiscito per l’unità d’Italia, ma attivo dal 19 gennaio 1862.
Il Capitale sociale era di 42.500 lire, e iniziò le sue operazioni con un modesto fondo di dotazione, costituito in parte con il contributo del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio e in parte con porzione degli utili delle due Casse di sconto istituite, sotto il dominio borbonico, a Palermo e a Messina.
Nel 1887 gli amministratori dell’Istituto conclusero le trattative per l’acquisto dell’area di una parte dell’ex convento dei Padri Mercedari scalzi che ne fecero sportelli dal 1891 e poi la sede centrale, ampliata e completata dal 1907 al 1912 dall’architetto Ernesto Basile, trasferendola dal palazzo della Zecca al Cassaro. La banca incorporò quindi il Monte dei pegni Santa Rosalia, che aveva sede nel palazzo Branciforte Pietraperzia. Nel 19O2 la Cassa aprì le filiali di Messina, di Trapani e di Termini Imerese.
La Cassa puntò a promuovere attività di assistenza alle classi sociali più deboli e bisognose, in coerenza con la natura di ente morale dell’Istituto stesso, e nel 1929 assorbì il Monte di Pietà di Palermo. Nel 1942, con un decreto di Mussolini, incorporò anche i Monti di Credito su Pegno di Siracusa e di Messina, mentre due anni prima aveva assorbito quello di Ragusa.
Nel 1946 divenne presidente Lauro Chiazzese. Controllato dagli anni cinquanta dalla Regione Siciliana conobbe una forte espansione. Negli anni Sessanta l’ascesa divenne esponenziale con l’autorizzazione alla Cassa per la gestione del credito fondiario. Fu tra le più grandi Casse di Risparmio italiane e il secondo istituto di credito siciliano dopo il Banco di Sicilia. Negli anni settanta un siciliano su cinque aveva un conto di risparmio alla Cassa.
Con la riforma del 1990 diventò una società per azioni di proprietà dell’omonima Fondazione bancaria, con una ricapitalizzazione per ripianare i debiti da parte della Regione Siciliana di circa 500 miliardi di lire italiane. Viene istituita la Fondazione Lauro Chiazzese della Sicilcassa, che si fonderà poi con la Fondazione BdS nel 2004.
Nel 1997, con 3.850 dipendenti, 245 sportelli, 11 mila miliardi di depositi (altrettanti di impieghi) e un deficit di 3 mila miliardi di lire (circa 1,5 miliardi di euro), la Sicilcasse fu messa in liquidazione coatta amministrativa dal governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e i suoi sportelli furono acquisiti nel settembre 1997 dal Banco di Sicilia (in seguito il Banco di Sicilia entrerà nel gruppo Banca di Roma-Capitalia confluito alla fine in UniCredit). Una delle maggiori esposizioni della banca riguardava la famiglia del costruttore catanese Gaetano Graci.
Il suo cospicuo patrimonio immobiliare (52 immobili sparsi tra Sicilia e Lazio) non è stato ancora completamente venduto, più di mille le cause di lavoro. Dopo 21 anni la liquidazione si è di fatto chiusa nell’aprile 2018 con la cessione ad una finanziaria di Torino dell’ultima partita di sofferenze tra cui alcuni prestiti erogati alle imprese ancora negli anni sessanta.
Nel marzo 2018 la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva le condanne penali (tra i 5 e i 6 anni di carcere) per 5 ex amministratori ritenuti responsabili del crac.



