Rentes viageres per 100 livre

Costituzione: 1757

Nazione: Francia

Codice ISMIN: 46390

Luigi XVI di Borbone (Versailles23 agosto 1754 – Parigi21 gennaio 1793) è stato re di Francia dal 1774 al 1792; dal 1º ottobre Altro

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Luigi XVI di Borbone (Versailles23 agosto 1754 – Parigi21 gennaio 1793) è stato re di Francia dal 1774 al 1792; dal 1º ottobre 1791 regnò con il titolo di “re dei Francesi” fino al 10 agosto 1792, giorno della sua deposizione, e di fatto ultimo vero sovrano assoluto per diritto divino.

Inizialmente amato dal popolo, sostenne la guerra d’indipendenza americana, ma non fu in grado di comprendere appieno gli eventi successivi in patria. Durante la Rivoluzione venne chiamato Luigi Capeto, in quanto discendente di Ugo Capeto, fondatore della dinastia, nell’intenzione di dissacrarne lo status di re, e soprannominato derisoriamente Louis le Dernier (Luigi Ultimo; in realtà non sarà l’ultimo re di Francia, onore che spetterà a Luigi Filippo, figlio di suo cugino Luigi Filippo II di Borbone-Orléans).

Dopo la deposizione, l’arresto e l’instaurazione della Repubblica, fu giudicato colpevole di alto tradimento dalla Convenzione nazionale, venendo condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

Nato a Versailles nella notte del 23 agosto 1754, quarto figlio di Luigi delfino di Francia e di Maria Giuseppina di Sassonia, gli fu imposto il nome di Louis-Auguste e il titolo di duca di Berry. Subito battezzato dal cappellano reale, l’abate di Chabannes – una cerimonia solenne di battesimo, insieme con altri tre fratelli, sarà ripetuta nell’ottobre del 1761 – fu affidato alle cure della governante, la contessa di Marsan. Seguirono i festeggiamenti rituali, con fuochi di artificio e uno spettacolo teatrale a cui assistette tutta la Corte, il balletto La naissance d’Osiris di Jean-Philippe Rameau.

Alla prematura morte del fratello maggiore, il duca di Borgogna Luigi di Borbone-Francia, avvenuta il 22 marzo 1761, Louis-Auguste passò in secondo posto in linea di successione e cominciò la sua istruzione, curata dal precettore, l’ex-vescovo di Limoges Jean-Gilles de Cloëtlosquet, che aveva il compito di insegnargli la lingua e la letteratura latina, al quale si aggiungevano un grammatico, l’abate di Randovilliers, autore del trattatello De la manière d’apprendre les langues, il matematico Jean Antoine Nollet, un insegnante di storia, il conservatore Jacob-Nicolas Moreau, autore della Mémoire pour servir à l’histoire des Cacouacs, nella quale aveva polemizzato ironicamente contro gli illuministi, un insegnante di geografia, materia per la quale mostrò sempre particolare interesse, Philippe Buache, un diplomatico, l’abate Jean-Ignace de La Ville, funzionario del ministero degli Affari Esteri, che aveva il compito di erudirlo sulle complesse vicende della diplomazia internazionale, mentre il gesuita e bibliotecario reale, l’antivoltairriano Guillaume-François Berthier, era incaricato di insegnargli teologia e di educarlo ai principi dell’assolutismo.

Naturalmente, il completamento della sua educazione era assicurato dalle nobili attività sportive della scherma, dell’equitazione e del ballo, oltre che dalle indispensabili pratiche della devozione cattolica.

Maria Antonietta a 14 anni nel ritratto ufficiale inviato a Versailles. Pastello di Joseph Ducreux.

Nel 1765, con la morte del padre, il duca di Berry divenne a soli undici anni il nuovo erede al trono. Mentre il nonno, rimasto vedovo nel giugno del 1768, rifiutava di convolare alle nuove nozze, proposte dalla Corte di Vienna, con l’arciduchessa Elisabetta, sfigurata dal vaiolo, ritenendosi ben più soddisfatto della nuova relazione con la giovane Madame du Barry, per il nipote accettava ufficialmente, il 13 giugno 1769, la candidatura di un’altra figlia di Maria Teresa d’Austria, la quattordicenne arciduchessa Maria Antonietta che, oltre a essere di bell’aspetto – come testimoniava il ritratto di Joseph Ducreux appositamente inviato da Vienna a Versailles – portava nelle casse reali 200.000 fiorini, una rendita di 20.000 scudi e una quantità di gioielli e oggetti preziosi.

Mentre l’ambasciatore francese confidava al cancelliere austriaco che «la natura sembra aver tutto negato a Sua Altezza Reale il Delfino. Nel contegno e nella conversazione il principe rivela una limitatissima attitudine al buon senso, grande mediocrità e una completa mancanza di sensibilità»[1], il 19 aprile 1770 si celebrava a Vienna il matrimonio per procura, celebrato dal nunzio pontificio Antonio Eugenio Visconti. Il corteo dei dignitari austriaci raggiunse Compiègne il 14 maggio, accolto dal re e dall’erede e il matrimonio dei due adolescenti fu celebrato a Versailles due giorni dopo, il 16 maggio 1770.

I rituali festeggiamenti di due settimane cominciarono male e si conclusero peggio: la prima notte di nozze, il giovane Luigi non onorò i suoi doveri coniugali – una mancanza che si sarebbe ripetuta per anni – e il 30 maggio alcuni fuochi d’artificio caddero sulla folla festante e nel panico che ne seguì centinaia di parigini persero la vita calpestati e schiacciati nella ressa. Questo fu uno dei tanti episodi, che i più interpretarono come un cattivo presagio per la futura coppia di sovrani.

Medaglioni che rappresentano Luigi XVI e Maria Antonietta come re e regina di Francia.

Alla morte per vaiolo di Luigi XV, il 10 maggio 1774, il ventenne Louis-Auguste saliva al trono con il nome di Luigi XVI. Abolita, come primo provvedimento, una tassa – il droit de joyeux avènement, da pagare all’insediamento di ogni nuovo sovrano – mandata in convento l’ultima amante del nonno, licenziati alcuni ministri, richiamato a dirigere il Consiglio della corona il Maurepas, fatto esiliare da Madame de Pompadour, furono nominati ministro agli Affari Esteri il conte Charles Gravier de Vergennes, alla Guerra il maresciallo Louis-Nicolas de Muy e alle Finanze il fisiocratico Jacques Turgot; il 12 novembre veniva reinsediato il Parlamento, sciolto nel 1771 da Luigi XV.

Nella cattedrale di Reims, l’11 giugno 1775, avvenne la cerimonia dell’incoronazione; l’arcivescovo Charles-Antoine de La Roche-Aymon unse otto volte il capo reale recitando l’antica formula: Ungo te in regem de oleo sanctificato in nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti e, come re taumaturgo, Luigi impetrò la guarigione di alcuni malati di scrofola imponendo loro le mani.

Nello stesso anno fu iniziato in Massoneria, assieme ai suoi due fratelli il conte di Provenza e il conte d’Artois, in una Loggia fondata il primo agosto all’Oriente della Corte[2].

Era quello il tempo in cui i coloni inglesi d’America si erano apertamente rivoltati contro la madrepatria: la Francia sperò di sfruttare la situazione per riguadagnare almeno una parte delle colonie canadesi perdute al termine della Guerra dei sette anni. Mentre ufficialmente il governo francese dichiarava la propria neutralità nel conflitto, segretamente allacciava contatti con i rappresentanti del Congresso di Filadelfia, promettendo aiuti militari.

Luigi XVI

Il primo atto del ministero di Turgot fu di sottoporre al re una dichiarazione di principi: nessuna dichiarazione di bancarotta, nessun aumento delle tasse e forti riduzioni delle spese dello Stato, soppressione di alcune sinecure: il gigantesco deficit statale fu ridotto quel tanto che gli permise di negoziare con le banche un prestito al 4%. Pensava di sostituire le imposte indirette con una tassa generale sugli immobili, colpendo i maggiori redditi e favorendo i consumi e propose la liberalizzazione del commercio del grano con il decreto del 13 settembre 1774, incontrando l’opposizione del governo e del re: elogiato dagli illuministi, divenne oggetto della satira degli speculatori, fra i quali si contavano esponenti dell’alta aristocrazia. Il cattivo raccolto del 1774 portò l’anno dopo all’aumento del prezzo della farina e a conseguenti moti popolari che vennero repressi dal governo, nel quale entrò a far parte anche Malesherbes.

Anche la proposta dell’annullamento dell’Editto di Fontainebleau, che discriminava i protestanti, riconoscendo ai soli cattolici il diritto di culto, incontrò l’opposizione del clero che, riunito in assemblea, il 3 luglio 1775, dichiarava «infame» la libertà di pensiero e di stampa. Luigi XVI cedette.

Nel gennaio 1776 Turgot presentò al Consiglio reale i decreti con i quali intendeva sopprimere la corvée reale, le corporazioni – per favorire la libertà d’impresa – e imporre nuove tasse per i tre ordini della borghesia, dell’aristocrazia e del clero – quest’ultimo fu però subito esentato su richiesta del Maurepas. Venne sommerso da un coro di proteste: ebbe l’opposizione violenta della nobiltà e del Parlamento e la regina gli fu ostile, vedendosi negare la concessione di privilegi per i suoi favoriti, come la duchessa de Polignac o la principessa de Lamballe. Luigi XVI, che pure aveva imposto le nuove leggi attraverso un lit de justice, fece marcia indietro e lo licenziò il 12 maggio 1776. Ne ebbe in risposta una lunga lettera, nella quale Turgot scriveva che

«Sua Maestà ha bisogno di una guida più lungimirante per evitare gli errori di Carlo I Stuart, finito decapitato, e del sanguinario Carlo IX. Non dimenticate, Sire, che fu la debolezza a mettere la testa di Carlo I sul ceppo e a rendere crudele Carlo IX»

Il sostituto Jean-Étienne-Bernard de Clugny-Nuys morì pochi mesi dopo, avendo fatto però in tempo ad aggravare gravemente le casse dello Stato indebitando l’erario di altri 15 milioni di lire. Il successore, il ginevrino Jacques Necker, non si oppose alle nuove spese necessarie a preparare la guerra contro l’Inghilterra e, confidando nella bontà del sistema creditizio, lanciò nuove obbligazioni che indebitarono l’erario di ulteriori 530 milioni di lire. Riuscì a fare delle economie ma evitò di toccare i privilegi dei nobili, guadagnandosi la loro riconoscenza e, il 19 febbraio del 1781, pubblicò – per la prima volta nella storia della Francia – un Rendiconto del bilancio statale, che era tuttavia in gran parte frutto dell’ottimismo della sua fantasia, rappresentando un avanzo di 10 milioni, avendo coscientemente trascurato di indicarvi molte voci passive.

Tuttavia risultarono finalmente pubbliche le ingenti spese di cui lo Stato si faceva carico per garantire prebende, pensioni e distrazioni a favore di chi aveva soltanto la fortuna di una nascita privilegiata. La grande popolarità acquisita dal Necker presso le classi alte si mutò così in ostilità aperta: il primo ministro Maurepas, già geloso del suo successo, prese a pretesto la fede protestante del Necker per rifiutargli l’ingresso nel Consiglio di Stato. Luigi XVI non solo non lo difese ma non volle nemmeno più riceverlo, così che Necker rassegnò le dimissioni nelle mani della regina il 19 maggio 1781.

Intanto il re, dopo sette anni di indugi, nell’agosto del 1777 aveva preso un’iniziativa che rese felice Maria Antonietta, tanto da indurla a scrivere alla madre che «otto giorni fa le nozze sono state pienamente consumate e ancora una volta ieri nel miglior modo possibile. Avrei voluto inviarti un corriere speciale per farti avere subito la lieta notizia, ma sarebbe stato eccessivo». Passeranno ancora molti mesi perché rimanesse incinta ma finalmente, il 19 dicembre 1778, alla presenza, come da etichetta, di un numeroso ed eterogeneo consesso, l’augusta consorte di Luigi dava alla luce – con malcelata delusione degli astanti – una bambina, che fu subito battezzata con il nome di Maria Teresa Carlotta (17781851). Per avere il sospirato erede – che tuttavia al trono non salirà mai – occorreranno altri anni: il 22 ottobre 1781 nascerà Luigi-Giuseppe-Saverio-Francesco (17811789), il 27 marzo 1785 Luigi-Carlo (17851795) e l’anno dopo cadrà l’ultimo lieto evento della nascita di Sofia Beatrice (17861787), destinata peraltro a morte prematura.

Luigi XVI

L’8 febbraio 1778 la Francia rende pubblica l’alleanza stipulata con gli insorti americani e il 13 marzo rompe le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna, dando inizio alla guerra anglo-francese. La guerra è fortemente voluta da Luigi XVI che accolse a Versailles con tutti gli onori il borghese Benjamin Franklin e riuscì a coinvolgere nell’impresa la Spagna di Carlo III, in realtà timorosa di appoggiare una guerra d’indipendenza che poteva essere imitata dalle sue immense colonie americane, con il miraggio di recuperare la Florida, perduta quindici anni prima, le Baleari e Gibilterra.

Con il Trattato di Parigi, i francesi ottennero poco, se non si conta un’ulteriore aggiunta all’enorme debito nazionale. Necker si dimise nel 1781 per essere sostituito da de Calonne e de Brienne, prima di essere richiamato nel 1788. Venne ricercata un’altra riforma delle tasse, ma la nobiltà oppose resistenza nel corso dell’Assemblea dei Notabili (1787).

Su consiglio del ministro Necker, il quale propose inizialmente ma invano al re di disconoscere gli elevati debiti accumulatisi nel corso degli anni fra le spese di corte e i finanziamenti per la partecipazione alla Guerra d’indipendenza americana (i cui costi raggiunsero complessivamente i 2 mila milioni di Livre dell’epoca), nel 1788 Luigi ordinò l’elezione degli Stati generali (la prima dal 1614), allo scopo di far approvare le riforme monetarie. L’elezione fu uno degli eventi che trasformarono il malessere generale nella rivoluzione francese, che cominciò nel giugno 1789. Il Terzo Stato si era autoproclamato come Assemblea nazionale; i tentativi di Luigi di controllarla, fra cui la chiusura dei cancelli di Versailles il 20 giugno 1789 (ricordato come uno dei più grandi atti di totale negligenza alla nazione), produssero come conseguenza l’uguale riunione dei deputati presso la sala della Pallacorda, in un edificio poco distante dal palazzo del re, ove venne stipulato il Giuramento della Pallacorda, la dichiarazione dell’Assemblea nazionale costituente il 9 luglio e la Presa della Bastiglia il 14 luglio. In ottobre la famiglia reale venne costretta a spostarsi nel Palazzo delle Tuileries a Parigi da una folla tumultuante.

Luigi era perplesso nei confronti delle riforme sociali, politiche ed economiche della rivoluzione, tuttavia puntava sempre a non creare strappi violenti. I principi rivoluzionari della sovranità popolare, benché centrali per i principi democratici dell’epoca successiva, segnarono una rottura decisiva rispetto al principio della monarchia assoluta che vedeva il trono e l’altare come cuore del governo. Ledendo tali principi, radicati profondamente nella concezione tradizionale della monarchia, nonostante le critiche del pensiero illuminista fossero ormai una koiné intellettuale nelle élite di mezza Europa, la Rivoluzione venne avversata da quasi tutta la precedente élite di governo francese e da praticamente tutti i governi europei. Anche alcune figure di spicco dell’iniziale movimento rivoluzionario erano dubbiose sui principi del controllo popolare del governo. Alcune di esse, soprattutto Honoré Gabriel Riqueti de Mirabeau, cercavano di deviare gli eventi verso una forma di monarchia costituzionale all’inglese.

La morte improvvisa di Mirabeau e la depressione di Luigi indebolirono fatalmente questi sviluppi. Il re non condivideva i propositi di restaurazione immediata e radicale fatta propria da alcuni parenti (il Conte d’Artois e il Conte di Provenza) e inviò a essi ripetuti messaggi pubblici e privati che li richiamavano a fermare i tentativi di lanciare una contro-rivoluzione (spesso attraverso il suo reggente nominato segretamente, l’ex ministro de Brienne), ma allo stesso tempo si sentiva a disagio di fronte alla sfida al ruolo tradizionale del monarca e al trattamento riservato a lui e alla sua famiglia. Era in particolare irritato dal fatto di essere tenuto praticamente prigioniero nelle Tuileries, dove la moglie venne costretta in modo umiliante a essere sorvegliata da soldati rivoluzionari nella sua stessa camera da letto, e dal rifiuto del nuovo regime di permettergli di scegliere sacerdoti e confessori cattolici di sua scelta, piuttosto che i “sacerdoti costituzionali” creati dalla Rivoluzione con la Costituzione civile del clero.