Terme Agnano Napoli Soc.

Costituzione: 20 giugno 1910

Pagina libro: 758

Codice ISMIN: 10848

LE TERME NELL’ANTICHITÀ

L’area di Agnano è situata nella zona occidentale di Napoli, al confine col territorio di Pozzuoli e fa parte del complesso vulcanico, ancora attivo, dei Campi flegrei.
L’attività vulcanica di questo territorio risulta evidente nelle numerose manifestazioni di natura
geotermica che hanno caratterizzato tali luoghi fin dall’antichità, come i soffioni vulcanici e le sorgenti termo-minerali di cui è ricco il suolo e il cui uso per scopi terapeutici ha origini antichissime ben testimoniate da documenti e fonti letterarie, oltre che da numerosissimi resti archeologici.
Le più antiche testimonianze archeologiche ritrovate ad Agnano risalgono addirittura al IV-III secolo a.C. e sono ancora oggi visibili all’interno d... Altro

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LE TERME NELL’ANTICHITÀ

L’area di Agnano è situata nella zona occidentale di Napoli, al confine col territorio di Pozzuoli e fa parte del complesso vulcanico, ancora attivo, dei Campi flegrei.
L’attività vulcanica di questo territorio risulta evidente nelle numerose manifestazioni di natura
geotermica che hanno caratterizzato tali luoghi fin dall’antichità, come i soffioni vulcanici e le sorgenti termo-minerali di cui è ricco il suolo e il cui uso per scopi terapeutici ha origini antichissime ben testimoniate da documenti e fonti letterarie, oltre che da numerosissimi resti archeologici.
Le più antiche testimonianze archeologiche ritrovate ad Agnano risalgono addirittura al IV-III secolo a.C. e sono ancora oggi visibili all’interno del parco delle attuali terme. Si tratta di alcuni frammenti murari di origine greca di quella che è, probabilmente, la più antica struttura termale flegrea mai rinvenuta, anche se il dibattito in proposito è ancora aperto.

In realtà è probabile che i colonizzatori greci appresero l’uso termale delle sorgenti flegree già dalle popolazioni preelleniche residenti, come i Volsci o gli “Opici” o i mitici Cimmeri a cui la leggenda attribuisce l’uso di grotte termali già in epoca preistorica.
Ciò che è certo è che le popolazioni greche provenienti dall’isola di Eubea che, insediatesi sull’isola d’Ischia (Pithekoussa) già nell’VIII sec a.C., fondarono poi Cuma e molto tempo dopo Partenope – Neapolis, dimostrarono di conoscere bene le ricchezze termali dell’area flegrea, comprese quelle ricchissime di Agnano. Ma fu soltanto con lo stanziamento dei romani nella regione che vi fu un’attività termale diffusa in tutti i Campi Flegrei, un salto di qualità senza eguali nella storia del termalismo che durò dagli inizi della Repubblica fino a tutto il periodo imperiale, quando tutta l’area costiera e collinare tra Capo Miseno e Baia, tra Lucrino e Puteolis fino a Neapolis era ormai divenuta un celeberrimo e decantato luogo di “deliciae” e di “otia” e ovunque erano sorte ville patrizie, sontuose ville imperiali e grandi centri termali noti in tutto il mondo romano.

Anche ad Agnano, il cui termalismo in realtà seguì quasi sempre percorsi storici piuttosto autonomi, venne realizzato, in età adrianea (117-138 d.C.), un imponente stabilimento termale; esso si distingueva per la grandiosità dell’edificio che si sviluppava su ben sette livelli sovrapposti, con un fronte di circa trecento metri, per la grande varietà delle acque minerali e soprattutto per la caratteristica, forse unica, di riscaldare gli ambienti sfruttando il calore naturale che fuoriusciva dal fianco della collina del Monte

Spina, alla quale la struttura si appoggiava.
Il calore veniva convogliato in tutti gli ambienti termali attraverso un particolare sistema di condotti ed intercapedini detto “hypocaustum”. Questo sistema fu in seguito esportato e riprodotto artificialmente anche laddove non arrivavano o non esistevano emissioni calde naturali come a Baia e in molti stabilimenti flegrei, ma anche nella stessa Roma e in tutto il mondo romano grazie all’idea di un imprenditore baiano, Caio Sergio Orata, di utilizzare delle fornaci per riprodurre i vapori naturali caldi.
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A differenza delle più rinomate terme di Pozzuoli e di Baia, però, le terme di Agnano non godettero di pari notorietà in quanto non erano situate in un importante centro abitato ma in corrispondenza di qualche particolare statio della via “Puteolis-Neapolim per colles” che in antichità collegava le città di Napoli e di Pozzuoli.

Dopo la caduta dell’Impero Romano di Occidente, come tutti i grandi complessi termali dell’area, l’edificio fu abbandonato fino alla fine del V secolo quando, per volere di Trasamondo (496-523) re dei Vandali, venne magnificamente ampliato e restaurato.
Secondo la descrizione del poeta Felice l’opera di ricostruzione fu tale che nel Medio Evo, quando gli edifici puteolani e baiani erano ormai andati in rovina, l’edificio di Agnano, ancora in attività, divenne il più rinomato complesso termale flegreo.

LA FORMAZIONE DEL LAGO DI AGNANO

Le grandi Terme di Agnano, però non rimasero attive per molto tempo e non soltanto per le ormai mutate condizioni storiche e sociali. Traumatici eventi geologici, infatti, stravolsero l’assetto del territorio e modificarono la circolazione delle acque sotterranee favorendo, intorno all’ XI sec, la formazione di un grande lago che sommerse tutta la parte più depressa della piana.

L’edificio, non più alimentato dai soffioni e dalle sorgenti termali, andò lentamente in rovina e, spogliato dei mosaici e di ogni rivestimento ed ornamento marmoreo, venne dimenticato per lungo tempo.
Ciò nonostante per molti secoli l’attività termale ad Agnano sopravvisse grazie allo sfruttamento spontaneo ed ininterrotto delle straordinarie emissioni gassose che fuoriuscivano dal suolo e dai fianchi della collina ai margini del Lago.

La grande notorietà che nel medioevo godettero tali stufe coi loro caldissimi vapori secchi dalle straordinarie proprietà curative si dovette anche all’immaginario cristiano che, dopo la caduta dell’impero romano di Occidente, si andava sostituendo lentamente alla mitologia pagana nell’attribuzione di significati soprannaturali alle visioni “purgatoriali” dell’area flegrea, spesso utilizzando semplici trasposizioni dei miti e delle credenze già consolidate.

Nacquero così nuove leggende come quella riportata da Gregorio Magno secondo la quale il Vescovo di Capua Germano (VI sec. d.C.) , da cui discende il nome popolarmente noto delle stufe, recatosi nel sudatorio per curarsi un’infezione cutanea, incontrò l’ombra del Diacono Pascasio morto un secolo prima e condannato in Purgatorio tra quei vapori caldi per avere preso posizione, quand’era in vita, per l’antipapa Lorenzo contro Simmaco; Germano, impietositosi dalle sofferenze di Pascasio, si raccolse in preghiera riuscendo miracolosamente ad ottenerne la liberazione, associando in questo modo, nell’immaginario popolare, la purificazione dello spirito alla purificazione del corpo prodotta dal sudatorio.

Ad alimentare la notorietà di Agnano contribuì non poco anche la presenza diffusa in tutta l’area del fenomeno vulcanico delle “mofete”, ovvero di emissioni calde di gas di acido carbonico che si verificava, in particolare, nella cosiddetta “Grotta del Cane” e nella meno nota “Grotta del Morto” che richiamavano, con le loro curiose proprietà, i viaggiatori di tutta Europa .

Questi singolari fenomeni naturali, insieme a quelli che si raccontavano del lago, dalle acque gorgoglianti prive di pesci e le rive frequentate da numerose rane e serpenti, oltre a suscitare l’interesse di molti studiosi alimentarono la curiosità e la fantasia popolare tanto da far guadagnare ad Agnano la fama di “luogo magico”.

Questo stato di cose perdurò indisturbato fino a quando Alfonso d’Aragona (1396–1458) non decise di trasferire nel lago di Agnano la macerazione della canapa e del lino già introdotta da Carlo II d’Angiò (1248-1309) al Ponte della Maddalena.
Tale attività, pestifera e rischiosa per la salubrità dell’aria, era molto redditizia per la ricercatezza delle canape e dei lini macerati in quelle acque paludose. Nonostante due divieti emanati in seguito alla peste, il primo nel 1656 e l’altro nel 1663, si continuò con la macerazione della canapa fino alla prima metà dell’ottocento, rendendo le acque del lago, già infestate dalla zanzara anofele portatrice di malattie infettive, sempre più putride e maleodoranti portando così al definitivo declino di ogni attività termale ad Agnano.
Tali soffioni erano racchiusi all’interno di alcune grotte artificiali realizzate in un piccolo edificio isolato conosciuto nell’antichità col nome di “Sudatorio di Agnano” o “Stufe di S.Germano”.
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Nonostante ciò la zona continuò ad essere di grande attrazione naturalistica anche per la presenza, durante la stagione migratoria, di numerose specie di uccelli acquatici, tanto che Ferdinando II di Borbone fece costruire, presso la sponda del lago, una pittoresca casina di caccia in stile eclettico rimasta in piedi fino agli inizi degli anni sessanta ad arricchire i giardini del parco delle Terme di Agnano.

Questo scenario mutò profondamente nella seconda metà dell’ottocento, dopo l’Unità di Italia, quando il nuovo stato unitario decise di intraprendere, per motivi di igiene pubblica, una radicale bonifica del grande lago di Agnano.

LE ANTICHE TERME ROMANE

Il complesso termale di età romana sorse sulle pendici del Monte Spina per sfruttare le sorgenti di calore naturale dell’antico cratere di Agnano. Gli attuali resti poco lasciano immaginare la grandiosità e magnificenza dell’originario edificio che si articolava su vari piani disposti a terrazze sullo scosceso pendio del monte. Le strutture ancora visibili – di difficile interpretazione a causa del cattivo stato di conservazione – sono relative a un unico piano che, nella sua organizzazione complessiva, risulta distinto in due nuclei: il primo, nella zona occidentale, risale all’età adrianea (117-138 d.C.) e comprende il frigidarium C e gli ambienti caldi (D, E, F, G, H, L, M); il secondo, nel settore orientale, è il frutto di un ampliamento successivo che determinò l’arricchimento del complesso con una serie di sale minori (B), adibite a spogliatoi (apodyteria) e a depositi di unguenti e profumi. Costruzioni di epoca più tarda erano anche i piani superiori, a cui si poteva accedere autonomamente tramite le due scale poste subito dopo l’ingresso (A).

Piantina dello stabilimento termale di epoca romana

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Il percorso termale, nella sua completa articolazione, prevedeva un andamento circolare, con soste successive negli ambienti caldi per la sauna , i bagni con varia temperatura e permanenza nel frigidarium per il bagno freddo. Attualmente, l’impraticabilità del vano sl e degli ambienti successivi, ricoperti da una fitta vegetazione, così come le modifiche strutturali che il settore occidentale ha subito nel corso del tempo rendono il frigidarium l’unica sala di collegamento tra la zona orientale e gli ambienti caldi.

Il frigidarium C è una sala a pianta rettangolare in cui si distinguono ancora con chiarezza due vasche, la prima, più piccola, di forma rettangolare, l’altra, semicircolare, dotata di tre nicchie nella parete di fondo: due di queste ospitavano le statue di Ganimede e di Venere con le armi, che in antico ornavano l’ambiente insieme con la Venere Marina e il gruppo di Hermes con Dioniso, posti in prossimità della scala che conduceva ai piani superiori.
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Il vano di disimpegno D permette l’accesso alla zona calda. Tale settore, in parte disposto in asse con il frigidarium e in parte lungo il lato NO, era riscaldato dalle sorgenti di calore naturale negli ambienti a ridosso del monte (E, F) e da un sistema di alimentazione artificiale nel calidarium H e nei vani ad esso adiacenti.

Gli ambienti E, F, in cui l’aria calda penetrava attraverso aperture nelle pareti e al di sotto del pavimento, erano utilizzati come laconica, cioè come sale per i bagni di sudore con vapore naturale: questi, generalmente, si effettuavano stando seduti su sedili di marmo o di legno accostati alle pareti, ma, nella sala E, potevano anche compiersi attraverso il contatto diretto del corpo con l’aria calda proveniente da una bocca ricavata nella parete ad altezza d’uomo. L’ubicazione dei laconica accanto al tepidarium (ambiente G) riproduceva lo schema raccomandato da Vitruvio, così da permettere, dopo la sudorazione, la pratica del bagno tiepido. Tale vano, che comprendeva una vasca i cui gradini sono oggi scomparsi, era di norma utilizzato per il passaggio dalle sale maggiormente riscaldate al frigidarium. Il calidarium H, di forma rettangolare con uno dei lati brevi absidati, era l’unico ambiente fornito di praefurnium (I): la sala, infatti, lontana dalle fonti di calore naturale, doveva essere riscaldata artificialmente per ottenere una temperatura sufficientemente elevata.

Il settore occidentale era completamente costruito in opera mista, anche se oggi sono riconoscibili interventi successivi in opera vittata. Ad ovest della zona calda si apre una vasta area, delimitata da due muri di terrazzamento, l’uno curvilineo (o), sul lato sud, e l’altro a grandi nicchie (P) situato lungo il lato nord a un livello inferiore: tale zona, anticamente, era utilizzata come palestra (N); qui i frequentatori delle terme potevano effettuare gli esercizi ginnici o passeggiare sotto i portici che, molto probabilmente, segnavano il perimetro della palestra stessa. I resti di una copertura a tegole sono, in effetti, ancora visibili lungo il muro o e attestano, per il passato, la presenza di un tetto a falda che doveva ricoprire un porticato sostenuto da colonne.

Sempre a ridosso del muro o sono identificabili una serie di ambienti successivi, comunicanti tra loro forse adoperati come cisterne. Se non è possibile chiarire la relazione diretta tra questi ultimi, di epoca più tarda, e la struttura originaria delle terme è, invece decifrabile il sistema di approvvigionamento idrico: dall’acquedotto del Serino si diramava un condotto secondario che, giungendo alle terme attraverso un cunicolo scavato nel monte e lungo oltre 70 m., riversava l’acqua in due bacini. Da qui l’acqua arrivava ai singoli ambienti per mezzo di un sistema di vasche tubi e rubinetti, il cui condotto principale correva sotto il piano del frigidarium e fungeva da collettore di tutte le acque dell’edificio. Anticamente il complesso comprendeva anche l’area occupata dalle terme moderne, dove sorgevano altri sudatori naturali, le cosiddette Stufe di San Germano, costituiti da una successione di ambienti intercomunicanti, a temperatura crescente. L’utilizzazione del complesso termale in età tardo antica e in epoche successive è attestata da una serie di fonti letterarie e documentarie che ne testimoniano le alterne vicende e i diversi modi di impiego.

Preziose notizie ci fornisce il poeta Felice, vissuto tra la fine del V e l’inizio del VI sec. d.C., che in cinque epigrammi ricorda l’opera di ricostruzione delle terme compiuta dal re vandalo Trasamondo (496- 523), esaltandone lo splendore e l’imponenza. E’ interessante notare che la ristrutturazione dell’impianto, attuata sulle rovine dell’originario edificio, ne garantì la continuità funzionale.
Le Terme romane

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Infatti, sempre per il loro uso terapeutico, le terme di Agnano sono menzionate da Gregorio Magno (VI sec. ), quando narra di S. Germano, vescovo di Capua, che si bagnava, per la cura del proprio corpo, <<in Angulanibus thermis>>.Tra il IX e il X sec. la zona di Agnano fu interessata da un fenomeno naturale di vaste proporzioni che, in seguito all’abbassamento del suolo, determinò la formazione di un lago al centro dell’antico cratere. Questo evento compromise il normale funzionamento delle terme, danneggiandone anche le strutture. Nei secoli successivi, infatti, secondo quanto testimoniano le fonti, l’impianto continuò a sopravvivere solo come sudatorio naturale: nella versione in prosa del poemetto di Pietro da Eboli (I Bagni di Pozzuoli del 1471) un capitolo è dedicato al sudatorio di Agnano, che viene ricordato anche nella descrizione di una caccia di Alfonso d’Aragona, risalente al 1443. Il progressivo decadere dell’attività dell’impianto, in epoche successive, emerge dalle notizie trasmesse dalla tradizione antiquaria napoletana, fino a offrirci l’immagine di una struttura senza vita, oggetto esclusivo di indagine archeologica.

1870 – IL PROSCIUGAMENTO DEL LAGO DI AGNANO
La storia del termalismo ad Agnano ricomincia, di fatto, nella seconda metà del XIX sec, più precisamente il 28 settembre del 1870, giorno in cui fu avviato il prosciugamento dell’antico e “pestifero”
Lago di Agnano. Dopo l’Unità di Italia, infatti, con una legge emanata il 3 maggio1865, il nuovo stato unitario decise di bonificare il lago concedendo ad un imprenditore napoletano, l’ing. Martuscelli, di realizzare l’opera a proprie spese in cambio della proprietà dei suoli bonificati e delle terre demaniali circostanti.

La bonifica cominciò con lo scavo del canale emissario secondo un percorso rettilineo interamente sotterraneo, lungo 1463m, che attraversava in traforo la collina di Monte Spina fino alla spiaggia di Bagnoli e che venne aperto il 28 settembre del 1870 consentendo il lento deflusso a mare delle maleodoranti acque del lago.
Il Lago di Agnano

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Grazie al prosciugamento, infatti, con grande sorpresa di tutti, venne svelato il grande segreto del lago di Agnano: decine e decine di sorgenti termali, disseminate su tutto il fondo, liberate dalle acque che avevano alimentato per centinaia di anni, ora sgorgavano e ribollivano naturalmente dal suolo fangoso a temperature diverse formando nuove pozze d’acqua che fuoriusciva dal terreno in grossi getti che resero immediatamente necessaria la realizzazione di appositi canali di evacuazione.

Alcune sorgenti erano talmente abbondanti che riformarono subito dei veri e propri laghetti come la straordinaria sorgente ferruginosa calda che sgorgava da numerose polle di grande portata nella zona nord-occidentale della piana.Ciò nonostante nessuno sembrò cogliere, in un primo momento, la portata di tale scoperta e si dovette attendere più di quindici anni perché qualcuno pensasse di tramutare tanta ricchezza in qualcosa di produttivo.
Quando nel febbraio del 1871 lo svuotamento si concluse, per scongiurare definitivamente il riformarsi del lago, fu realizzato un complesso sistema di vasche e canali, ancora oggi funzionante, che permise di recuperare ben 130 ettari di terreno all’attività agricola.

Ma la bonifica ebbe un effetto secondario del tutto imprevisto che condizionò i destini della piana molto più di quanto non fece il recupero dei suoli all’agricoltura.
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Nel 1887, infatti, un medico ungherese di nome Giuseppe Schneer, attratto dalla fama di cui l’Italia godeva presso gli intellettuali stranieri, si recò a Napoli accompagnato dalla sua consorte e fedele
fece in tale occasione si recò ad Agnano, luogo da sempre rinomato presso tutti i paesi europei per le stufe di S.Germano e le curiosità naturalistiche come il fenomeno della Grotta del Cane che tanto affascinò i viaggiatori del “grand-tour”. Ma quello che vide andò ben oltre le sue previsioni e le sue curiosità scientifiche così che rimase letteralmente ammutolito davanti all’immensa piana da poco bonificata brulicante di sorgenti termali di

ogni tipo.
Schneer non era nuovo ad esperienze nel campo del termalismo nel nostro paese ma fu soltanto ad Agnano, di fronte all’immensa piana ormai prosciugata, che si rese conto di trovarsi di fronte a qualcosa di straordinario: un territorio praticamente inesplorato dalle enormi potenzialità ancora tutte da studiare. Così, si buttò a capofitto nello studio di quelle acque e dei loro effetti terapeutici intuendone immediatamente le grandi potenzialità, avviando una paziente sperimentazione su infermi inviati a lui, con la relativa diagnosi, dai più rinomati clinici napoletani, curandoli gratuitamente e rimandandoli a quegli stessi colleghi alla fine del trattamento.
I risultati erano straordinari e questo contribuì ad alimentare un crescente interesse da parte del mondo medico napoletano per questa nuova esperienza terapeutica.
Raccolse in tal modo, a cominciare dal 1889, un enorme quantità di dati che costituirono in seguito un riferimento imprescindibile per chiunque si fosse avvicinato allo studio dei trattamenti terapeutici con le acque ed i fanghi di Agnano.
In tale occasione convinse tutti sulla necessità di creare una grande stazione termale e climatica estiva ed invernale nel bacino di Agnano sul modello delle grandi città termali europee e sulla scia delle idee più avvedute del tempo che auspicavano un destino turistico-termale per l’area occidentale di Napoli, poi compromesso, proprio in quegli anni, da un disastroso piano industriale per Bagnoli che portò alla costruzione del polo siderurgico dell’ ILVA sulla spiaggia di Coroglio.
Ma all’epoca il futuro di tali luoghi era ancora in discussione e Schneer fornì un contributo propositivo presentando il suo ambizioso programma per Agnano riuscendo ad attirare l’attenzione delle autorità e delle personalità del tempo e raccogliendo numerosi consensi ed adesioni importanti.
Tuttavia non riuscì a giungere alla costituzione di una Società in grado di realizzare tali idee.
Ma non si perse d’animo e testardamente ruppe gli indugi facendo costruire, con mezzi propri, tra il 1904 ed il 1906, un modesto stabilimento in muratura a cui dedicò ogni sua energia coadiuvato dal prof. Gauthier e da quello che divenne in seguito il direttore sanitario delle terme di Agnano, il Dott. Emilio Di Tommasi.
Un nuovo importante impulso per la crescita degli stabilimenti di Schneer si ebbe nel 1905 in occasione della visita ad Agnano del Re d’Italia accompagnato dall’Imperatore d’Austria.
Il re fu colpito a tal punto da quelle risorse straordinarie e le loro proprietà terapeutiche che, a partire dal 1906, rimase in cura periodicamente ad Agnano risvegliando l’interesse non soltanto degli addetti ai lavori ma anche del mondo politico ed imprenditoriale.
Nel frattempo le strutture si raddoppiarono, venne realizzato un padiglione adibito a ristorante e ristrutturato l’esterno dell’edificio delle Stufe di S. Germano che subì un “maquillage” neoclassico con la realizzazione di un pronao a colonne doriche sulla facciata, si realizzarono le condotte idriche ed i primi serbatoi in muratura mentre il numero dei curandi cominciava a crescere.

1910 – IL PROGETTO DELLO STABILIMENTO TERMALE

Sull’ondata dell’interesse generale che cresceva intorno alle sorti di Agnano non si fece attendere l’interesse concreto di un gruppo di ambiziosi imprenditori edili, gli ingegneri Ricciardi, Borrelli e Mannajuolo che in quel tempo andavano realizzando a Napoli numerose costruzioni per appartamenti d’affitto nella zona del Vomero, Chiaia e via dei Mille.
collaboratrice Baronessa Von Stein Nordein. Tra le numerose escursioni che
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Questi, attratti dal programma edilizio presentato nel 1903 da G.Schneer, dopo aver commissionato, già intorno al 1907-08, alcuni studi di fattibilità ed ipotesi progettuali ad un giovane promettente architetto Piacentino Giulio Ulisse Arata, si decisero finalmente ad investire propri cospicui capitali nella costruzione del tanto invocato stabilimento termale di Agnano redigendo a tale scopo un nuovo programma più dettagliato che sembrava realizzare proprio tutti i più arditi sogni di Schneer fino a quel momento apparsi soltanto poco più che un utopia.

Così il 16 febbraio 1909, valutata la fattibilità del progetto ed abbandonata ogni remora, fu finalmente costituita la prima “Società Terme di Agnano” in nome collettivo; vi parteciparono Schneer, il Dott. Emilio Di Tommasi, gli ingegneri Borrelli, Ricciardi, Mannajuolo e Landi, il Cav. Vilers, l’Avv. Prof. Guarracino.

Acquistati tutti i suoli ed i vecchi edifici si diede subito avvio alla fase progettuale esecutiva affidata allo stesso Arata (a quel tempo appena ventiseienne) coadiuvato, per la parte tecnica, dagli ingegneri Carlo Borgstrom e Luigi Centola.
Il giovane architetto produsse in brevissimo tempo disegni, planimetrie generali di progetto e numerosi disegni architettonici di dettaglio ancora oggi conservati nell’archivio delle terme di Agnano.

Nel frattempo il 20 giugno 1910 si ritenne opportuno trasformare la società in Anonima per ottenere più ampi finanziamenti e il 10 agosto 1910, forse provato dagli incessanti sforzi ma appagato dal vedere finalmente realizzato il sogno per il quale tanto aveva lavorato, morì G. Schneer.
Il programma di costruzione prevedeva la realizzazione di tre gruppi di interventi strettamente interrelati l’uno con l’altro.

Un primo riguardava la lottizzazione del Monte Spina e la costruzione di villini unifamiliari che sarebbero dovuti sorgere, immersi nel verde della collina, in seguito alla vendita dei terreni a famiglie della ricca borghesia napoletana attratte dall’amenità del luogo non lontano dal centro cittadino.
L’operazione, orientata ad un recupero immediato degli ingenti capitali investiti nella costruzione degli stabilimenti e nell’acquisto dei terreni, fallì quasi subito nonostante la vendita di diversi lotti che proseguì anche in seguito e gli unici villini realizzati furono quelli che si fecero costruire, in posizione privilegiata, alcuni dei personaggi più ricchi della società come la splendida villa Ricciardi progettata dallo stesso Arata contemporaneamente alla realizzazione dello stabilimento termale.

L’edificio termale alla sua origine

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Un secondo gruppo di interventi riguardava un’appendice del Monte Spina che, separata dal resto della collina da una gola (oggi solcata da via A. Beccadelli), porge il fianco alla piana della Bonifica nei pressi dello stabilimento, lo stesso fianco sul quale, in direzione N-O, si arrampicano ancora oggi i resti del grande edificio termale di età adrianea.

Sulla sommità del promontorio, prevalentemente pianeggiante, era prevista, su progetto dello stesso Arata, la costruzione dell’ albergo-pensione delle Terme dotato di ampi giardini ed impianti sportivi e collegato con la sottostante strada borbonica tramite un ascensore ricavato nel fianco della collina.
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A cavallo della gola, all’altezza dell’attuale Hotel S. Germano, un grande ponte in muratura a tre campate avrebbe collegato le due porzioni del Monte Spina mentre a valle del promontorio, proprio sotto le antiche terme romane, avrebbero trovato posto altri impianti sportivi come un campo da football, un paio di campi da tennis e, in un secondo momento, un poligono per il “tiro al piccione” in un area posta all’interno della piana bonificata.

Il terzo gruppo di interventi, vero fulcro di tutto il programma, riguardava la costruzione del grande stabilimento termale: un mastodontico edificio di circa 20000 mq di superficie che doveva contenere tutte le attività terapeutico-termali, i reparti per la balneoterapia, la fangoterapia, i massaggi ed i relativi impianti separati per sesso e per classe sociale e contemporaneamente offrire vasti ambienti comuni di rappresentanza e svago.

Erano infatti previsti una grande hall, un teatro, uffici amministrativi e sanitari ed altri servizi secondari quali il bar ed il barbiere.
Allo stabilimento doveva essere collegato il sudatorio di S. Germano e doveva essere allestito un reparto speciale, dotato di camerini e docce, dedicato ai bagni di acido carbonico grazie all’inclusione, all’interno della struttura, della famigerata “grotta del Morto” che da questo momento in poi verrà chiamata con l’appellativo più rassicurante di “grotta dell’acido carbonico”.

Infine era prevista la costruzione di un piccolo edificio separato destinato ai bagni gratuiti per le persone meno abbienti.
C’era poi da sistemare tutta la zona delle sorgenti con la costruzione di fanghiere coperte e scoperte, la sistemazione della lavanderia con le pompe idrauliche e nuovi serbatoi in cemento armato da affiancare a quelli già esistenti, la costruzione di una vaccheria e di alcuni rustici presso le sorgenti di acque fredde per l’eventuale imbottigliamento ed infine la recinzione della via borbonica con i vari ingressi al parco in cui vennero previsti grandi giardini e viali alberati.

Particolare attenzione venne posta al collegamento con la città che venne assicurato grazie ad una derivazione della linea Napoli-Pozzuoli appositamente progettata per servire lo stabilimento.

Nonostante l’enorme mole di lavoro e la grandiosità del programma il 1 luglio 1911, terminate tutte le strutture principali, vennero finalmente inaugurati i nuovi stabilimenti che, tuttavia, continuarono ad esser completati fino alla metà degli anni ’20.
Ma già in questi anni, intorno al 1912, subito dopo l’inaugurazione, si cominciò a pensare concretamente anche ad altri edifici da costruire all’interno della piana i cui progetti, tutt’oggi conservati nell’archivio delle Terme di Agnano, furono approntati in più versioni da professionisti diversi (tra cui lo stesso Arata). Questi riguardavano sostanzialmente la realizzazione di chalets nel parco per lo sfruttamento in loco di preziose sorgenti isolate, in particolare uno stabilimento per la bibita e l’imbottigliamento dell’acqua Apollo e un grande stabilimento balneare con due piscine termali da realizzare sulla pozza della sorgente ferruginosa calda.Tutti questi progetti, che vennero ulteriormente ripresi anche negli anni seguenti, tuttavia, non vennero mai realizzati.

Il grande investimento economico richiesto dall’impresa di Agnano, infatti, mise quasi subito in ginocchio la Società che, già contemporaneamente all’apertura degli stabilimenti, si vide costretta a ricorrere ad un prestito ipotecario presso la Banca Commerciale Italiana e, già dal 1912, a vendere diversi lotti di terreno a privati.

Finchè, nel 1917 in pieno conflitto mondiale, gli stessi promotori dell’iniziativa, gli imprenditori Ricciardi, Borrelli e Mannajuolo, uscirono dalla Società che fu messa in liquidazione e sostituita da una nuova “Società Napoletana per le Terme di Agnano” in cui la stessa Banca Commerciale Italiana intervenne come azionista di maggioranza.

La direzione dello stabilimento fu affidata all’architetto toscano Giulio Bernardini, già direttore tecnico della Società delle Nuove Terme di Montecatini e progettista per le Terme di Salsomaggiore.
Questi, nel biennio 1917-1918 di direzione dello stabilimento, in un momento in cui tutte le attività termali italiane conobbero un forzato rallentamento a causa della guerra, riprese molte di quelle idee rimaste irrealizzate in precedenza elaborandone altre versioni con la collaborazione dell’architetto Ugo Giusti da eseguirsi eventualmente dopo la guerra. Ma anche questi progetti, come i precedenti, rimasero sulla carta.
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1920-1930 GLI ANNI D’ORO DELLE TERME DI AGNANO

Dopo l’inevitabile arresto dovuto all’entrata in guerra dell’Italia tra il 1915-1918 gli stabilimenti termali ripresero le attività all’inizio degli anni ’20 ma con uno spirito totalmente diverso rispetto a quello degli anni della “belle epoque”. Infatti si diede inizio ad un susseguirsi di congressi e convegni su Idroclimatologia ed Igiene soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia allo scopo di valorizzare ed incentivare lo sfruttamento dello straordinario patrimonio idroclimatico che rappresentava una concreta opportunità di sviluppo per le regioni più colpite dal conflitto appena terminato.

Le Terme di Agnano divennero così l’esempio per tutte le stazioni termali e climatiche del sud Italia che, pur contando su risorse naturali straordinarie, non riuscivano a decollare a causa dei gravi danni subiti dalla guerra.
Per lo stabilimento di Agnano fu strategica la decisione di tenere aperta l’attività termale per tutto l’anno, grazie al clima mite anche in inverno, contrariamente alle grandi strutture del nord Italia, ma di tutta Europa, che continuavano a diffondere la cultura del termalismo solo nella stagione calda. Studiosi ed idrologi del tempo infatti apprezzarono moltissimo la nuova tendenza delle strutture nel Mezzogiorno d’Italia che con coraggio avevano seguito l’esempio di Agnano a restare aperte tutto l’anno..

Così negli anni ’20 si spesero ingenti sforzi per completare le opere edilizie intraprese negli anni ’10 attuando sostanziali trasformazioni architettoniche ed anche ampliamenti che però furono stravolti negli anni ’60.
I primi lavori riguardarono le sorgenti che non avevano subito interventi dall’epoca di Schneer, avendo concentrato negli anni ’10 tutte le energie nella costruzione dei reparti di cura. Ma già durante la guerra era stata attuata una campagna di sondaggi, all’interno della piana della bonifica, che non tardò a dare i suoi frutti. Nel 1921 infatti fu individuata l’importante sorgente De Pisis, che ancora oggi alimenta gli stabilimenti, mentre nel 1923, grazie al Cav. Saccani, venne alla luce la sorgente Marte, caratterizzata da acqua ferruginosa fredda di cui vennero individuate tre polle.

Parallelamente venne sistemata tutta l’area delle sorgenti che venne adornata di viali alberati, muretti, fioriere e manufatti in muratura, mentre a protezione delle sorgenti Sprudel e Ponticello venne posta una copertura in ferro e vetro. Inoltre, vennero scavati e deviati alcuni canali per un miglior smaltimento delle acque sorgive in eccesso. Altro importante intervento fu la sistemazione delle fanghiere dove fu realizzata una grande vasca grande scoperta ed una coperta in muratura, collegata ai reparti di cura dei fanghi tramite un impianto tipo funicolare su rotaie ed un impianto sospeso tipo teleferica mediante i quali venivano trasportate allo stabilimento le cassette dei fanghi maturi provenienti dalle vasche di decantazione.

Le trasformazioni più significative furono però realizzate tra il 1925 e il 1926 con una serie di interventi, programmati e attuati quasi contemporaneamente che influirono notevolmente sulle attività future dello stabilimento. I progetti di tali interventi furono affidati quasi tutti all’ Ing. Michele Platania, coadiuvato dall’ing. Cesare Speranza. Per prima cosa venne ampliato l’albergo-pensione sul Monte Spina che fu dotato di 47 stanze totali e di un nuovo salone da pranzo adiacente a quello esistente e di capacità doppia. L’ intervento venne realizzato mediante un nuovo corpo posto a ridosso dell’albergo che ruppe la simmetria di una “U” in una sorta di grande “F”.

Altro importante intervento fu l’istallazione, nel giardino dell’albergo sul Monte Spina, di una stazione di rilevamento termo-igrometrico a cura del prof. Ciro Chistoni. L’impianto consisteva in una serie di sofisticate apparecchiature che effettuavano un accurato monitoraggio climatico che consentivano di produrre mensilmente dettagliati bollettini meteorologici che, a partire dal mese di luglio del 1925, venivano pubblicati regolarmente sul giornale delle Terme.

Agnano, essendo ormai diventata l’esempio di stazione termale-climatica permanente, vide incrementare notevolmente le proprie attività e quindi il prestigio internazionale, diventando il riferimento per tutto il termalismo italiano ed europeo. Sia l’ampliamento dell’albergo che l’osservatorio geofisico furono inaugurati con una solenne cerimonia il 5 luglio del 1925, in occasione della quale venne persino composta, dal Maestro Remo Remi e su testi di Mario Russo, una canzone dal titolo “Agnano”. Successivamente fu determinate, a beneficio della sua fama, anche la paziente opera di scavo delleantiche terme romane, iniziata da Schneer e continuata fino alla metà degli anni ’20 dal nuovo direttore generale delle Terme di Agnano, il Cav. Ermete Saccani, che sarà il protagonista principale di questa fase storica della Società termale.
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Le terme romane furono per tutti gli anni venti e trenta meta obbligata delle numerose visite ufficiali e dei congressi che ebbero luogo in quel periodo presso le Terme di Agnano.

In seguito alla decisione di tenere aperti gli stabilimenti per tutto l’anno anche le altre strutture subirono delle trasformazioni per far fronte alla grande richiesta di servizi e alla nuova tendenza di terapia a base di trattamenti elettrici e radioattivi.
Innanzitutto l’antico “restaurant” venne completamente ristrutturato, trasformato in padiglione per le cure inalatorie e dedicato alla memoria di Vincenzo Gauthier.

Venne poi completata la grande sala destinata a teatro nell’originale progetto di Arata, rimasta fino a quel momento ancora allo stato di “rustico”. L’ampio spazio fu affidato a Michele Platania che dove il progetto originale prevedeva una parete-boccascena, totalmente aperta sul giardino posteriore, realizzò una parete chiusa da grandi finestrature scenografiche in stile “neo barocco”, più funzionale e usufruibile anche nei mesi invernali.

La sala, che appariva ora come una sorta di grande giardino d’inverno, venne adibita a salone per feste, concerti e conferenze. Inaugurata nell’agosto del 1925, venne considerata il fulcro delle attività di svago e di rappresentanza dello stabilimento.

Il Salone delle feste

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Un altro intervento di rilievo, sul quale si ritrovano molti equivoci in letteratura, fu la costruzione, nel febbraio-marzo 1926, ai piedi del grande portale di ingresso posteriore, di un articolato scalone monumentale disegnato in forme neo-barocche con ampio uso degli stilemi decorativi ideati da Arata per l’edificio termale e per questo motivo a lui da molti erroneamente attribuito.

Al lato dello scalone furono realizzati scenografici giardini pensili che inglobarono pittorescamente anche la vecchia casina di caccia di Ferdinando II, adibita a foresteria, in questo modo tutto l’insieme avrebbe formato una straordinaria quinta scenografica visibile dall’interno del salone attraverso i grandi finestroni di Platania ed avrebbe fatto da sfondo ad ogni manifestazione dello stabilimento.

A completamento di tali interventi venne persino progettato, ma non realizzato, un percorso in parte sotterraneo ed in parte porticato, per collegare il salone direttamente all’ascensore del Montespina e quindi all’albergo.
Anche i reparti di cura vennero potenziati e dotati di nuove attrezzature mentre i camerini furono, per quanto possibile, aumentati di numero per fronteggiare la grande richiesta di cure nel periodo estivo.
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Tutto il complesso termale nel 1926 risultava così dotato di circa 300 camerini di cui 196 bagni e 104 tra fanghi e stufe.
Nel frattempo si realizzava l’attuale via Beccadelli nella gola che separava i due versanti del Monte Spina mentre nel 1931 si inaugurava il grande Ippodromo di Agnano .

Nelle terme si susseguirono altri progetti di ampliamento non realizzati probabilmente a causa del fatto che, a partire dagli anni ’30, le attività dello stabilimento conobbero un lento declino fino alla loro interruzione durante la seconda guerra mondiale.

L’Arco di Arata

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1940-1960 LE RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA

Negli anni della seconda guerra mondiale le Terme di Agnano continuarono a funzionare, pur nell’emergenza, fino al 1943.
Fu, però, necessario realizzare dei ricoveri antiaerei sia nello stabilimento, adeguando il piano interrato dei Bagni di Lusso, sia negli scantinati dell’albergo sul Monte Spina.

Nicola Castellino, che in quel periodo era il Presidente della Società, non volle arrendersi all’idea di dare un brusco arresto alle attività e, confidando che tutto potesse avere presto una fine, nel maggio del 1943 fece richiesta all’I.R.I per chiudere gli stabilimenti solo nel periodo invernale.
Ma la situazione precipitò in poco tempo: da un lato le sempre più incessanti incursioni aeree degli Alleati e dall’altro i forti scontri della popolazione con le truppe tedesche resero necessaria la chiusura delle attività che avvenne il 21 agosto del 1943.

Così nel settembre di quello stesso anno i Tedeschi, in ritirata, entrarono nell’area termale con i carri armati occupandone i viali; frugando tra i reparti portarono via tutto ciò che poteva essere utile, rovistarono negli uffici amministrativi, diedero fuoco ai documenti.
Fortunatamente le carte più importanti, insieme ai valori, erano state portate in un luogo sicuro al Vomero e non fu arrecato alcun danno alle strutture murarie dello stabilimento in quanto considerato “luogo di cure”.

Lo stesso non può dirsi, però, per l’albergo sul Monte Spina che venne minato e fatto crollare per gran parte il 28 settembre 1943; restò in piedi parte dell’ala sinistra con 19 camere, una cucina ed una sala da bagno e l’ascensore con cabina e macchinario ancora in efficienza. In tale occasione fu fatto crollare anche il ponte a cavallo della gola che separava le due porzioni del Monte Spina.

Quel poco che rimase in piedi dell’Albergo fu prima requisito dagli americani, che trasferirono ogni oggetto di arredamento nell’ex complesso Ciano (oggi Base NATO), e successivamente occupato da un comando militare francese che ne utilizzò i locali come ospedale

Anche l’edificio termale fu occupato prima dagli americani poi dai francesi e di nuovo dagli Alleati subendo diverse trasformazioni necessarie per adattare il complesso ad alloggi per le truppe che resero i reparti non più utilizzabili per le cure.
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Stessa sorte toccò alle varie sorgenti del bacino che, non più coltivate ed adeguatamente curate, rischiarono di essere irrimediabilmente perse, mentre la mancata manutenzione dei canali di bonifica ed il cattivo funzionamento delle vasche di raccolta rischiò di inquinare non solo le sorgenti ma anche le terre in fitto ai coloni.

Finalmente il 3 dicembre 1945, a guerra finita, gli stabilimenti vennero riconsegnati alla società termale ad eccezione dell’albergo che rimase requisito fino all’ottobre del 1946.
La guerra fu una vera e propria sciagura per la società termale che ne uscì sull’orlo di un fallimento economico evitato soltanto grazie alla riscossione dei canoni di fitto dei terreni ai coloni ed alle prime indennità di requisizione nel gennaio del 1946.

Con tali risorse si riuscì ad avviare i lavori più urgenti per la ripresa delle attività: vennero, così, rimessi in sesto i camerini di cura, venne attrezzato un nuovo reparto inalazioni, venne ampliato lo stabilimento con un nuovo corpo di fabbrica tra il reparto fanghi e quello dei Bagni di Lusso, occupando quello che in origine era l’ampio cortile che separava i due edifici, e furono ripristinate le principali sorgenti di acqua minerale.

Nel 1953, dopo quasi un decennio, venne redatto un inventario riportante l’elenco delle proprietà e dei danni subiti al fine di ottenere l’indennità di guerra che, contrariamente ai 52.000.000 richiesti dalla Società, fu corrisposta soltanto per 9.000.000 di lire.
Ma le attività dello stabilimento, superata la fase traumatica del dopoguerra, si ripresero lentamente e il 26 luglio 1958, in una riunione del Consiglio di Amministrazione della società Terme di Agnano, si manifestò l’esigenza di un rinnovamento radicale delle strutture ormai fatiscenti giudicate ormai inadeguate anche rispetto alle mutate esigenze terapeutiche.

Venne così nominata una commissione avente il compito di raccogliere dati e studi sullo stato degli stabilimenti in modo da definire un tema da affidare ad architetti e stilare un progetto di rifacimento totale o parziale del complesso termale.

Nel 1961 nella questione si inserì di autorità L’EAGAT, ente autonomo di gestione delle attività termali, il quale, al momento delle autorizzazioni, impose altri suoi progettisti di Milano (Giordano, Donatelli e Malaguzzi Valeri) suscitando una grossa diatriba con la società Terme di Agnano che insisteva a voler affidare l’incarico allo studio di Napoli, diatriba che si concluse con il conferimento dell’incarico ad entrambi i gruppi che si fusero negli “Studi Riuniti”.

Così nel gennaio 1962 si diede inizio ad una nuova progettazione di massima per la sistemazione urbanistica della piana ed alla progettazione esecutiva del nuovo edificio sulla base di quanto stabilito.
Il progetto del gruppo venne finalmente approvato nel giugno dello stesso anno ma subì, immediatamente dopo, continue modifiche e ridimensionamenti dovuti principalmente all’esigenza di abbattere i costi di costruzione e di giungere ad un compromesso tra i progettisti e gli enti interessati riguardo i criteri di progettazione dello stabilimento.

Innanzitutto si rinunciò da subito a qualunque intervento riguardante la piana e si concentrarono le risorse soltanto sul nuovo stabilimento termale. La modifica determinante, però, fu la decisione di inglobare l’albergo all’interno del nuovo edificio rinunciando definitivamente all’idea di ricostruirlo sul Monte Spina, sconvolgendo, in questo modo, ancora una volta tutta l’impostazione del lavoro e costringendo i progettisti a rifare tutto da capo.

A questo punto nel 1964, forse esasperati dalla situazione, Giordani, Donatelli e Malaguzzi Valeri si ritirarono dagli Studi Riuniti. Si decise di riaffidare l’incarico a De Luca e Reale i quali definirono in forma esecutiva la versione finale del progetto delineata con gli Studi Riuniti: un edificio che avrebbe contenuto entrambe le funzioni di stabilimento termale e di albergo e che si sarebbe andato ad inserire nell’area in cui si ergeva la “vecchia” ala dei Bagni isolando in questo modo l’edificio dei fanghi e tagliando parte del corpo centrale che, curiosamente, sarebbe rimasto sostanzialmente in piedi.
Nel 1959 fu, così, affidato all’architetto Giulio De Luca e all’ingegnere Adriano Reale un incarico comprendente un progetto di sistemazione generale, urbanistica, turistica e termale di tutta la piana della bonifica e la progettazione esecutiva di un nuovo stabilimento.
I due professionisti, dopo un anno di lavoro, consegnarono i primi progetti che prevedevano la totale sostituzione dei vecchi stabilimenti e la ricostruzione di un nuovo albergo sul Montespina.
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Tale inserimento traumatico si giustificava probabilmente col fatto che era previsto il totale smantellamento e la sostituzione di tutte le vecchie strutture in un secondo momento, quando cioè la situazione economica avrebbe consentito ulteriori opere e quando fosse stato possibile trasferire tutte le funzioni, terapeutiche ed amministrative, nel nuovo edificio senza dover interrompere nel frattempo le attività dello stabilimento. Questo, però, sostanzialmente non avvenne.

Nel febbraio del 1964 ebbero inizio i lavori con la demolizione dell’ala dei Bagni, della Casina di caccia di Ferdinando II e lo spostamento di alcune palme antistanti i Bagni di lusso nella zona delle nuove costruzioni per poter effettuare lo sbancamento.

Il 14 dicembre 1967, a lavori quasi ultimati con il nuovo edificio già tutto in piedi, fu abbattuto anche il corpo centrale dell’edificio di Arata le cui fondazioni, tagliate a pochi centimetri dal piano di campagna, vennero ricoperte con una gettata di materiale di risulta.
Così il 1 giugno 1968, alle ore 17, venne inaugurato il nuovo stabilimento termale alla presenza del ministro delle partecipazioni statali Sen. Giorgio Bo.

A dieci anni dall’inaugurazione si tornò già a pensare a nuove opere e il prof. De Luca presentò un nuovo progetto per la sostituzione di ciò che rimaneva dell’edificio dei fanghi con un nuovo albergo e la totale sostituzione dell’edificio delle Stufe di S. Germano in più versioni.
Ma questi progetti, come tantissimi altri che si succederanno in questo periodo, fortunatamente non furono realizzati.

Venne invece decisa, nel 1978, la realizzazione delle opere di rifacimento del reparto stufe ad opera dell’ing. Mario della Sala, poiché le condizioni generali non ne consentivano più l’utilizzazione.

In anni più recenti, nel gennaio 1993, fu costruita, da parte del consorzio “Italia ’90”, una bretella di collegamento veloce della Tangenziale che attraversa, tagliandola in due parti, tutta l’area della bonifica a sud dell’Ippodromo seppellendo definitivamente la pozza dell’antica sorgente ferruginosa calda oggi imbrigliata in un enorme tubo di lamiera sotto la scarpata del nastro autostradale.

TERME NATURALI E TERME ARTIFICIALI

L’area dei Campi Flegrei, particolarmente ricca di fenomeni vulcanici secondari, conobbe, a partire dal II sec. a.C., la prima utilizzazione a scopo terapeutico dei vapori endogeni e delle sorgenti idrominerali. Numerosi, infatti, furono i complessi sorti per sfruttare l’intensa attività del suolo. Tra questi, le imponenti strutture edificate sulle colline intorno al golfo di Baia e il grandioso edificio delle terme di Agnano. L’articolazione degli spazi nel le terme naturali era fortemente condizionata dalla topografia locale e dalla ubicazione delle sorgenti di calore e idrominerali, così da non permettere l’identificazione d una tipologia strutturale univoca.

In una prima fase, infatti, l’area termale era costituita unicamente da una serie di ambienti scavati nella roccia, a contatto diretto con i vapori provenienti dal sottosuolo Qui si effettuavano i bagni di sudore che, secondo la medicina antica, permettevano di espellere gli umori nocivi. Anche la pratica del bagno in acqua fredda o calda era legata alla presenza di sorgenti naturali.

In una seconda fase, la necessità di rendere più numerosi gli spazi di fruizione determinò l’ampliamento del nucleo originario, che si arricchì di nuovi locali in muratura, lontani dalle fonti di calore. Fu dunque necessario assicurare il riscaldamento anche a questi ambienti.
Il problema venne risolto con la creazione di un doppio pavimento (hypocaustum) e di pareti concamerate che consentivano al calore naturale, opportunamente convogliato attraverso cunicoli scavati nel la roccia, di diffondersi uniformemente.

Secondo le fonti classiche, inventore di questo sistema fu un ricco imprenditore romano, Sergio Orata (fine II sec. a.C. – inizio I sec. a.C.). A lui va in realtà attribuito il merito non tanto di aver <<inventato>> quanto di aver introdotto nel mondo romano l’uso dell’hypocaustum, conosciuto in Grecia già dal III sec. a.C. come strumento indiretto per la diffusione del calore.

L’applicazione, infine, di una tecnica per produrre artificialmente calore segnò la definitiva affermazione delle pratiche termali nella vita quotidiana dei Romani: la presenza di una fornace al di sotto del pavimento (hypocausis) e, più tardi, l’uso di un forno di alimentazione laterale (praefurnium) permisero, infatti, la nascita di complessi termali anche in zone prive di sorgenti naturali.
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Dal frigidarium delle terme romane di Agnano provengono quattro statue messe in luce prima dell’inizio degli scavi regolari, si tratta delle statue di Venere marina, di Afrodite armata, di Hermes con Dioniso bambino e di Ganimede, attualmente collocate all’interno dell’Albergo delle Terme. Opere di età romana, databili alla prima metà del II sec. d.C., le statue facevano parte della decorazione dell’ambiente: due di esse (Afrodite armata e Ganimede) erano situate nelle nicchie intorno alla piscina maggiore; le altre due invece (Hermes con Dioniso bambino e Venere marina) erano poste lungo il lato ovest del frigidarium.

Venere marina è raffigurata con un mantello ornato di frangia che la dea, con la mano destra, tiene pudicamente accostato al corpo, sostenendone il ricco drappeggio con il braccio sinistro. Tra le pieghe del manto, a sinistra, si insinua la coda di un delfino. La statua è una variante di epoca romana dell’Afrodite Cnidia di Prassitele, di cui ripete la posa e il gesto della mano destra, mentre l’acconciatura richiama i modi della Venere Capitolina. Il panneggio che fa da quinta alla figura e il delfino costituiscono un’aggiunta al tipo operata dal copista. La statua di Afrodite armata offre una raffigurazione non molto comune di Afrodite, che riprende il ritmo e i gesti della cosiddetta Venere Genitrice. Nella statua di Agnano si deve infatti immaginare la mano destra sollevata sulla spalla a sostenere il balteo posto a tracolla, e quella sinistra protesa in avanti a impugnare la spada. A sottolineare maggiormente l’armamento della dea, il copista ha aggiunto una corazza come sostegno, vicino alla gamba destra. A sinistra invece era presente il consueto attributo di Afrodite, un amorino, di cui rimangono solo i piedini.
Venere marina
Hermes
con Dioniso bambino
Afrodite armata Ganimede
La statua di Hermes con Dioniso bambino, priva della testa già al momento del ritrovamento, è stata in seguito ulteriormente rimaneggiata, cosicché ne vediamo oggi solo il torso e parte delle gambe conservate fino al ginocchio. Sul braccio destro resta la parte terminale del caduceo, mentre sono completamente scomparsi il braccio sinistro con cui, poggiandosi a un tronco, Hermes reggeva il piccolo Dioniso e un montone posto lateralmente. Il gruppo, opera di età romana, ripeteva il noto motivo dell’Hermes con Dioniso bambino di Prassitele, anche se nell’impostazione della figura l’artista mostra di aver seguito un modello stilisticamente anteriore, di ispirazione policletea.

La statua maschile, priva di testa, appoggiata con posa indolente a un tronco posto lateralmente, è stata identificata con Ganimede, il coppiere di Zeus. Dalla posizione dei puntelli lungo il braccio sinistro si deve supporre infatti che reggesse nella mano sinistra il pedo, bastone usato nel mondo agreste, attributo spesso ricorrente nelle raffigurazioni del giovinetto. A sinistra, in luogo dell’aquila, che tradizionalmente compare nell’iconografia di Ganimede, è un amorino alato.

Procedendo lungo via Agnano Astroni, in direzione Pianura superato lo svincolo della Tangenziale, dopo m. 900 si incontra l’ingresso al Parco Naturale degli Astroni.
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LA RISORSA ACQUA

La deformazione del suolo (tettonismo e bradisismo), il dinamico mutare del livello del mare (eustatismo) e i fattori microclimatici sono tra le cause che hanno contribuito notevolmente all’avvicendarsi di particolari situazioni ambientali all’interno della Conca.
La genesi del Lago di Agnano si definisce intorno alla fine del primo millennio d.C., prosciugato per bonifica nel secolo scorso (1870) dopo un intenso sfruttamento per la macerazione della canapa e del lino, che aveva portato al degrado dello specchio lacustre. Ciò che oggi resta del lago di Agnano è una vasta falda acquifera ad una profondità inferiore al metro nelle zone più depresse dell’area.

Foto d’epoca di una sorgente
Dal punto di vista idrogeologico quindi la conca di Agnano rappresenta il più vasto bacino termale

d’Italia: il solo bacino annesso alle terme di Agnano consta di

e salsobromoiodiche, ma anche bicarbonato alcaline, acque della sorgente Apollo, un tempo utilizzate per la mescita al dettaglio presso lo stabilimento, le sulfuree della sorgente Pisciarelli anch’esse da bibita e le acque ferruginose. Le sorgenti

attualmente utilizzate ai fini terapeutici e del benessere sono De Pisis e Sprudel.
La De Pisis sgorga naturalmente ed ha una portata di 16 mc/m, e una temperatura di uscita di 68 ° c ed un PH di 6,4 neutro. La sorgente Marte invece sgorga in modo forzato, cioè mediante l’immissione di aria in pressione nel tubo di carotaggio, ed ha una portata nettamente inferiore a quella della De Pisis, con una temperatura di uscita di 26 ° ed un PH di 6,3 neutro.
L’acqua delle due sorgenti viene in piccola parte prelevata e miscelata con un sistema di pompaggio ed inviata nei serbatoi posti in una zona a sud rispetto all’area delle Terme ad una quota sufficiente da garantire lo sfruttamento per caduta da parte degli impianti a servizio delle terme. La restante parte dell’acqua delle sorgenti termali non viene oggi sfruttata e attraverso un sistema di lunghi e tortuosi canali viene convogliata in mare.
da quelle fredde ( < 20° c ), alle ipotermali (20 – 30 ° c), alle termali (30 – 40° c) e alle ipertermali ( > 40° c) per quanto riguarda la temperatura all’emissione. Dal punto di vista chimico invece troviamo le acque salse, ricche di cloruro, sodio e ioni che costituiscono la tipologia più rappresentata in tutto il
75 sorgenti di varia natura e caratteristiche,
comprensorio dei Campi Flegrei, a loro volta distinte in salsosulfuree
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LE SAUNE A CALORE SECCO NATURALE

Tra i beni più preziosi delle Terme di Agnano vanno annoverate le saune naturali, qui denominate Stufe di San Germano, dal nome del Vescovo di Capua che, secondo quanto tramanda Gregorio Magno nei suoi “Dialoghi”, qui si curò per un’artrite associata ad una malattia della pelle.
Probabilmente, questo bagno secco o sudatorio rientrava nell’impianto di epoca adrianea che in seguito venne ricostruito dal re vandalo Trasamondo (496-523), i cui resti sono tutt’ora osservabili a sud-est della struttura esistente.

Le Saune a calore secco naturale da 40° a 70°
Le Stufe costituiscono non solo l’unico esempio di saune naturali a calore secco in Italia, ma anche uno dei pochi al mondo, dal momento che il particolare microclima esistente negli ambienti è legato al fenomeno geofisico dei soffioni vulcanici propri dei Campi Flegrei.
L’ambiente è costituito da varie sale comunicanti ad elevata temperatura (da 40°C fino a 70°C) il cui microclima si caratterizza per la bassa percentuale di presenza di vapore d’acqua e per l’elevata componente di idrogeno solforato e sali minerali: per tali caratteristiche le saune favoriscono una copiosa sudorazione ed un’energica azione disintossicante su tutto l’organismo, con notevoli benefici sia per i pazienti reumatici che per quelli affetti da patologie respiratorie e della pelle, ma anche per i soggetti in sovrappeso e sottoposti a stress psico-fisico.
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LA GROTTA DEL CANE

Così chiamata perché le “sperienze” venivano effettuate sul cane grazie ad un fenomeno che la caratterizzava e la rendevano interessante ai Viaggiatori: l’acido mefitico che esce continuamente dal suolo di tale Grotta all’altezza di un piede e mezzo circa. Trattasi di uno Scavamento artificiale per opera dell’uomo, con assai poca arte sulla Montagna accanto al Lago Agnano, la quale è un composto di materie vulcaniche: le sue dimensioni sono circa dodici piedi di profondità, quattro di larghezza e nove d’altezza alla sommità dell’entrata, che va sempre abbassandosi verso il fondo.

Questo luogo è divenuto celebre per le esalazioni mefitiche che si sollevano più o meno al di sopra del suolo in ogni stagione, seguendo i differenti stati cui sono soggetti i Vulcani di cui questa regione è piena.

La Grotta del cane
in una stampa del Lago di Agnano

La Grotta del cane oggi

La consueta vittima era il Cane del Lazzarone che veniva preso per le zampe e introdotto nella grotta. Dopo poco la respirazione si contraeva, il ventre si ritirava, gli occhi si gonfiavano, la lingua diveniva spessa e livida fuoriuscendo dalla gola. Dopo due minuti il cane non poteva più muoversi e bastava che rimanesse all’interno della Grotta solo per un minuto ancora per porre fine alla sua vita. Tirato all’esterno della Grotta, l’aria naturale lo faceva subito rinvenire. Questo esperimento non poteva essere ripetuto sullo stesso cane più di dodici o quindici volte perché la morte sarebbe stata certa con gli stessi sintomi come quelli della rabbia.
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2013-2015 GLI STUDI NELL’AREA ARCHEOLOGICA
La Grotta del Cane
Lo speleologo napoletano Rosario Varriale nel 2001 è stato il primo ad entrare nella grotta, riuscendo così a dare una descrizione dettagliata dell’ambiente che si trova alla fine del tunnel.
Successivamente, nell’aprile 2013 lo stesso Varriale, dotato sempre di dispositivi di protezione, ha effettuato un secondo sopralluogo. Sono intervenuti speleologi, archeologi, esperti soccorritori speleologi e il Vulcanologo Prof. Giuseppe Luongo.
Le operazioni sono avvenute con la collaborazione logistica e la supervisione archeologica dell’Archeologo Marco Giglio dell’Università L’Orientale di Napoli.

Scavi archeologici terme greco-romane
Tra giugno e luglio 2015 sono stati effettuati degli scavi archeologici sull’area di epoca greco-romana al fine di attribuire con più precisione il periodo storico. Gli scavi sono stati curati dall’Università l’Orientale di Napoli su autorizzazione del Ministero dei Beni culturali, co-ordinati dall’Archeologo Marco Giglio in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia della Campania, dott. Enrico Angelo Stanco. Alle attività di scavo hanno partecipato gli studenti dell’Orientale.

Gli interventi nella struttura di epoca romana
A ridosso dell’esedra è stata rilevata una fase edilizia antecedente all’epoca adrianea, databile alla prima età imperiale, a cui risale il pavimento a mosaico a tessere bianche venuto alla luce durante le attività di scavo.
A ridosso, invece, del gruppo di cisterne, è stato messo in luce un piccolo ambiente termale costituito da una vasca foderata di marmi la cui realizzazione risale al V sec. d.C.. Il rinvenimento di questa vasca, distante dal corpo principale, sta a significare che in epoca successiva le terme ebbero una vita fiorente, documentata anche dalla presenza del Vescovo di Capua Germano.
E’ stata effettuata inoltre una pulizia a fondo delle pareti che ha consentito un nuovo rilievo topografico delle strutture murarie all’origine.
Altre indagini sono state effettuate ai condotti di alimentazione del calore, ancora oggi percorribili che portano in superficie sia lievi quantità di calore che anidride carbonica. I condotti purtroppo non sono stati completamente esplorati perché non salubri ma è molto probabile che le stufe ancora attive delle terme moderne siano alimentate dallo stesso sistema e siano state parte integrante del complesso antico

Gli interventi nella struttura di epoca ellenistica

Il saggio di scavo effettuato ha consentito una più precisa cronologia dell’edificio, databile tra la fine del IV e la metà del III a.C.. Il rinvenimento di numerosi unguentari e di due frammenti di vernice nera con iscrizione, di cui uno con dedica ad Igea, stanno a significare che l’area fosse un santuario curativo dedicato alla coppia Asclepio – Igea.
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LA CONCA DI AGNANO

Il complesso delle Terme di Agnano è inserito nel più ampio comprensorio della Conca di Agnano. Da via Terracina, imboccando via Nuova Agnano e proseguendo per via Agnano Astroni, si entra nella Conca di Agnano. Dopo 300 metri ca., sulla destra, si incontra l’ingresso delle Nuove Terme, dal quale avrà inizio l’itinerario. La Conca di Agnano è posta nell’area orientale dei Campi Flegrei e separata da una serie di rilievi collinari dai centri urbani occidentali della città di Napoli. Il suo territorio ricade per buona parte (circa 2/3) entro i limiti comunali di questa città e per la restante porzione nel comune di Pozzuoli. I confini fisici dell’area coincidono con le creste dei rilievi di origine vulcanica che circondano per intero la piana, conferendole carattere di conca chiusa. Le vie di comunicazione con l’esterno sono assicurate in parte da strade che ricalcano motivi naturali (assi vallivi, spartiacque) e in parte da opere atte a superare gli ostacoli morfologici (viadotti, gallerie). Un simile assetto viario è testimoniato anche per il passato dai resti di strutture di epoca romana che indicano un’intensa frequentazione del territorio.

Terme di Agnano
Canale di bonifica nella piana di Agnano

Napoli, Agnano.
Porzione del versante orientale esterno della Solfatara certa da vegetazione di macchia mediterranea

L’intermittente e complessa attività vulcanica dell’area è stata responsabile della costruzione e del successivo smantellamento di più edifici vulcanici. Così, i vulcani interamente conservati nella forma originaria, risultano essere i più recenti; di quelli antichi, invece, sono preservate solo le parti risparmiate dalle eruzioni successive e dalle fasi di <<collasso>> vulcano- tettonico delle strutture.

E’ possibile individuare nei vulcani degli Astroni (circa 3700 anni) e della Solfatara (circa 3900 anni) gli edifici più giovani e meglio conservati, i cui versanti esterni chiudono la conca rispettivamente a nord e ad ovest. L’intersezione di numerosi vulcani più antichi (a partire da circa 8000 anni dal presente) costituisce il resto della cinta policraterica che delimita le zone pianeggianti.

I prodotti delle eruzioni succedutesi nell’area di Agnano sono prevalentemente costituiti da rocce piroclastiche (derivanti da manifestazioni a carattere <<esplosivo>>) che, in virtù delle loro particolari caratteristiche fisico-chimiche, rappresentano un vero e proprio patrimonio naturale dell’ambiente. Esse, infatti, alimentano l’industria estrattiva di materiali quali pozzolane e tufi, ampiamente utilizzati in edilizia fin dall’antichità e, in condizioni climatiche favorevoli, consentono

un incremento della fertilità dei suoli. Infine, i fenomeni erosivi e deposizionali successivi alle ultime fasi vulcaniche hanno modellato il paesaggio determinandone l’attuale configurazione.
I versanti risultano in tal modo incisi dall’azione delle acque piovane che assolvono anche funzione di agente di trasporto, ridepositando al piede dei pendii i materiali erosi.
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Franosità ed altri fenomeni di denudazione si sommano a questi effetti laddove le condizioni morfologiche e le caratteristiche delle rocce, in occasione di eventi particolari (intense piogge, sismicità), favoriscono la rottura degli equilibri dei versanti. Inoltre i cambiamenti del livello di base dell’erosione, dovuti alla deformazione del suolo (tettonismo e bradisismo) e al dinamico mutare del livello del mare (eustatismo), e i fattori microclimatici hanno sensibilmente contribuito all’avvicendarsi di particolari situazioni ambientali all’interno della conca. Si inquadra in questo modo la genesi del Lago di Agnano, intorno alla fine del primo millennio d.C., prosciugato per bonifica nel secolo scorso (1870), dopo un intenso sfruttamento per la macerazione della canapa e del lino, che aveva portato al degrado dello specchio lacustre. Le vicissitudini del Lago di Agnano evidenziano come ai fenomeni naturali debba necessariamente essere associata l’azione dell’uomo per completare la rassegna degli eventi che hanno portato al presente assetto del territorio. In tal senso va sottolineato il continuo incremento delle attività antropiche legate alle pratiche di utilizzazione agraria del suolo e soprattutto, negli ultimi anni, di quelle relative all’espansione delle aree urbanizzate ed alla creazione di infrastrutture stradali e spazi destinati a disparate attività economiche e sportive.

Particolare attenzione merita, tra l’altro, l’utilizzo delle risorse termali di Agnano che, al culmine di una storia millenaria, trova rinnovata espressione nell’attuale struttura polivalente.
Un itinerario attraverso la Conca di Agnano che volesse ripercorrere le tappe della sua complessa storia dovrebbe prevedere almeno sei punti di interesse archeologico-ambientale.

Realizzarlo, alla luce delle trasformazioni subite dai luoghi, del loro degrado e delle asperità naturali, risulta però difficile, per quanto suggestivo e di grande interesse. Percorso il lungo viale d’accesso delle Nuove Terme, si raggiunge il centro di un’area di termalismo attivo. Di fronte si trova la grande vasca per la raccolta dei fanghi; sulla sinistra sono sette pozzetti all’interno dei quali gorgogliano le polle d’acqua termale. Fenomeni simili si osservano nel vicino canale di bonifica. Sulla destra, poco prima della vasca, si trovano i resti di un muro greco, databile al IV-III sec. a.C., testimonianza forse del precoce utilizzo delle fonti idrotermali. Su alcuni dei blocchi ben visibili sono i segni di cava. Guardando verso monte, nella medesima direzione del muro, si possono riconoscere, individuati da quattro fori, gli affioramenti geologici della Grotta del Cane. Luogo tra i più frequentati dai viaggiatori del passato, la grotta deve il suo nome alla pratica di verificare sugli animali la tossicità delle sue emanazioni gassose. Attualmente l’area non è visitabile. I fori che si notano sulla parete sono probabilmente dovuti all’infissione di pali che dovevano sostenere una tettoia antistante l’ingresso. Imboccando il viottolo che alle spalle della vasca, sulla sinistra, procede verso l’interno, si raggiunge dopo 30 metri circa un ampio spiazzo. Da qui è possibile avere una visione generale del perimetro interno della conca: i versanti della cinta policraterica, ricoperti da bosco o terrazzati per uso agrario quando le pendenze lo permettono; la parte pianeggiante, con le sue porzioni coltivate e le aree di acquitrino solcate dalla raggiera dei canali di bonifica; le zone urbanizzate in continua espansione.

Ruotando con lo sguardo di 180 gradi, da destra verso sinistra, si individuano la profonda incisione del Vallone del Corvo, scavata dalle acque lungo l’intersezione degli edifici vulcanici di Costa S. Domenico e di Monte S. Angelo; l’incisione di Cavone degli Sbirri, alle spalle della tangenziale di Napoli, con il rilievo di Pigna S. Nicola; un forte salto di quota segna l’inizio del settore occidentale della conca, chiuso dai versanti esterni dei vulcani di Astroni e della Solfatara e, a meridione, dalle pendici del Monte Spina, che accolgono i resti di un complesso termale di epoca romana. Un percorso che proceda seguendo il perimetro interno della conca è tuttora possibile, attraverso viottoli di campagna e zone di natura ancora poco contaminata: la forra del Vallone del Corvo, che esibisce l’intera successione dei prodotti vulcanici degli apparati di Agnano ricoperti stratigraficamente dalle piroclastiti dell’eruzione del vicino Astroni; il rilievo di Pigna S. Nicola, dall’alto del quale si osserva gran parte della Conca di Agnano; le manifestazioni fumaroliche (località Pisciarelli), la macchia mediterranea e le rocce policromatiche caratteristiche del versante orientale della Solfatara; il Monte Spina con i suoi affioramenti di breccia piroclastica, dal tipico colore rosato-violaceo, e le testimonianze archeologiche di epoca romana. L’estrema lunghezza e la difficoltà del percorso consigliano però cautela e la presenza di una guida esperta dei luoghi.

Usciti dalle Nuove Terme, si risale per pochi metri via Agnano Astroni, fino a incontrare sulla destra l’ingresso alle antiche Terme di Agnano.
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GLI ASTRONI

Il cratere degli Astroni è l’unica area del territorio flegreo non ancora irrimediabilmente compromessa dalle attività dell’uomo. Ciò paradossalmente si deve al suo antico utilizzo quale riserva reale di caccia e, più di recente, agli usi che ne hanno fatto gli organismi alternatisi alla gestione, che, pur non mirando alla conservazione dell’ambiente, ne hanno comunque impedito il completo degrado ad opera di speculatori. Situato nell’area centro-orientale dei Campi Flegrei, a delimitare a settentrione la Conca di Agnano, il vulcano di Astroni presenta una forma a caldera, ellittica, con l’asse maggiore di circa Km. 2 disposto secondo la direzione est-ovest e l’asse minore di circa Km. 1,6. La superficie è di 247 ettari.

L’interno è occupato da una vasta depressione la cui parte centrale presenta alcuni rilievi: il Colle dell’Imperatrice (m. 82), La Rotondella (m. 73,8) e I Pagliaroni (m. 54,1). La quota massima è di 255 metri sul livello del mare mentre la quota minima, 9 metri, si registra in corrispondenza del lago-stagno.

Il complesso degli Astroni è il risultato di un attività vulcanica verificatasi circa 3700 anni fa e concentrata in un intervallo di tempo molto breve. La sua formazione è avvenuta attraverso una sequenza di eventi divisibile in tre fasi. La prima, costituita dalla risalita del magma nel condotto di alimentazione, ha originato il duomo lavico della Caparra. Successivamente l’interazione del magma con l’acqua della falda ha determinato la frammentazione della massa fusa in particelle infinitesime e la conseguente formazione di materiale piroclastico (ceneri, lapilli, pomici e scorie) fuoriuscito con dinamica esplosiva molto violenta e distribuito con un meccanismo di scorrimento al suolo noto come pyroclastic surge.

Questa seconda fase è responsabile della costruzione dell’edificio craterico. Nella terza fase si sono verificale all’interno del cratere una attività magmatica a bassa esplosività – che ha dato origine ad un piccolo bastione di scorie (Colle dell’Imperatrice) – e una limitata attività effusiva scoriacea – che ha originato i rilievi dei Pagliaroni e della Rotondella.

Le ultime manifestazioni vulcaniche di Astroni sono state di tipo fumarolico e idrotermale, ad esse è legato l’utilizzo quale stazione termale nell’antichità. Sporadici episodi in forma di mofete risalgono ai primi anni del Novecento. La visita agli Astroni prevede due itinerari: il primo si snoda lungo la cresta seguendo il perimetro del cratere; il secondo, più diversificato, si sviluppa nella sua parte bassa. E’ consigliabile affrontare i due itinerari in giorni diversi, per la relativa lunghezza dei percorsi e per il loro notevole interesse paesaggistico e naturalistico.

Itinerario: Durata 6 h – Difficoltà minima. Consente un’accurata osservazione di affioramenti cineritici, della flora boschiva e palustre, e di alcuni elementi della fauna di Astroni. Dalla Torre d’Ingresso si percorre la strada asfaltata che conduce sul fondo del cratere, fino allo Stradone di Caccia. Lungo la strada, alcuni tagli nella parete mostrano le ceneri vulcaniche stratificate con livelli di pomici. Secondo la stagione si osserva la fioritura delle diverse essenze, tra le quali il ciclamino, la violetta, il muscari, la primula, la pervinca. I versanti più erti ed umidi ospitano diverse specie di felci, di selaginelle, e l’ombelico di Venere.

Giunti al fondo del cratere ci si immette sullo Stradone di Caccia, sentiero sterrato di facile percorribilità che ne compie l’intero giro. Svoltando a destra, si prosegue in direzione del Lago Grande attraversando un fitto bosco costituito prevalentemente da castagno, rovere, farnia, olmo, carpino, cui sono associate specie introdotte dall’uomo: ad esempio il pioppo canadese, la quercia rossa, il pino e la robinia. Abbarbicata ai tronchi degli alberi è molto frequente l’edera.

Dopo poche decine di metri si arriva all’area di sosta sul Lago Grande. La folta copertura arborea e la presenza di specchi d’acqua determinano al fondo del cratere particolari condizioni di umidità e di temperatura. Il sottobosco si presenta pertanto molto fitto e ricco di essenze vegetali, tra le quali si rinvengono ancora oggi numerose piante ormai scomparse nelle altre aree flegree, non risparmiate dall’antropizzazione, come le orchidee o il giglio Lilium croceum, specie protetta, dai grandi fiori arancio maculati di bruno. Delle tre aree umide presenti negli Astroni, il Lago Grande è quella più estesa e differenziata, con una superficie a forma quadrangolare di circa 1,5 ettari e profondità massima, in prossimità del centro, di circa m. 3,5.
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Sulle sue rive e in aree interne al lago stesso, esiste una folta vegetazione igrofila. Sulla superficie delle sue acque è riconoscibile la Azolla filiculoides una minuscola e delicata felce acquatica che all’inizio del periodo estivo assume tinte rosso-violetto, creando un particolarissimo effetto cromatico. E’ ancora da ricordare la ormai rara presenza della Nimphaea alba, con i suoi splendidi fiori bianchi emergenti dall’acqua, ridotta a pochissimi esemplari sopravvissuti nei recessi più interni del lago.

Anche sotto il profilo zoologico gli stagni degli Astroni sono di grande interesse naturalistico. Infatti, a parte la Gambusia affinis, unica specie di pesce presente ed introdottavi dall’uomo, sono numerosi i gruppi di invertebrati acquatici che popolano gli invasi. Le acque e le rive degli stagni sono inoltre frequentate da numerosissime rane, rospi e serpenti, che contribuiscono alla conservazione ed al funzionamento dell’equilibrio naturale. In primavera inoltrata le calme acque del lago sono sorvolate da libellule, farfalle e coleotteri, mentre in esse nuotano grossi insetti acquatici. La presenza degli stagni e la tranquillità che regna nel cratere ne fanno un luogo di sosta e di rifugio per numerose specie di uccelli. Con un po’ di fortuna è possibile scorgere, tra il fitto canneto, le gallinelle d’acqua e le folaghe; molto più rari, purtroppo, gli aironi. Altri uccelli si incontrano con relativa facilità: la gazza, la ghiandaia e il pettirosso.

E’ segnalata inoltre la presenza di rapaci quali la poiana ed il gheppio, e di uccelli notturni Strigiformi. Tra i mammiferi che ancora oggi popolano ll bosco sono da ricordare la talpa, il riccio, il ghiro, il moscardino, e, tra i carnivori, la volpe, la faina, la donnola, il tasso, ormai ridotti a rarissimi esemplari. A partire dal 1961 sono stati introdotti in Astroni esemplari della fauna esotica (alcune specie di cervidi, il guanaco, il sitatunga) di cui oggi non rimane traccia.
Oltrepassato il lago Grande, dallo Stradone di Caccia un sentiero conduce allo stagno del Cofaniello Piccolo, il cui ambiente è meno differenziato rispetto al Lago Grande. Tornati sullo Stradone di Caccia, ci si dirige verso l’area di sosta della Caprara, da cui si osserva, nel versante interno del cratere, la sovrapposizione delle cineriti vulcaniche sulla cupola trachitica. Si prosegue quindi verso la Vaccheria, una costruzione risalente al XVIII secolo e utilizzata dai regnanti borbonici come casino di caccia. Sul retro un sentiero consente la risalita verso l’orlo del cratere. Ripreso lo Stradone di Caccia, nei pressi della deviazione per la Vaccheria, ma sul lato ad essa opposto, un sentiero, attraversando il bosco, conduce al Belvedere sulla sommità del Colle dell’Imperatrice. La ricca vegetazione non consente attualmente, però, una buona visione panoramica del cratere.
Stagno del Cofaniello Piccolo
Il ritorno alla Torre d’Ingresso è possibile attraverso due percorsi: il primo, tornando indietro verso la Vaccheria, segue lo Stradone di Caccia ancora in senso antiorario, fino a immettersi sulla strada asfaltata; il secondo, dal belvedere, discendendo dal versante opposto a quello di salita, conduce allo Stradone di Mezzo, sulla prosecuzione del quale, superato lo Stradone di Caccia, un sentiero minore (Strada Vecchia) porta alla Torre d’Ingresso.

Tornati indietro in direzione Agnano, si imbocca via Beccadelli fino all’incrocio per Pozzuoli; svoltando a destra lungo via Vecchia S. Gennaro, si raggiunge dopo circa 1 Km, al n. 161, la Solfatara.
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LA SOLFATARA

Il vulcano della Solfatara giace da quasi 4000 anni al centro dei Campi Flegrei. L’edificio vulcanico, che con i suoi versanti orientali esterni chiude ad ovest la Conca di Agnano, ricade interamnte nel territorio del Comune di Pozzuoli. Più giovane dei vulcani di Agnano e di poco precedente la nascita degli Astroni, la Solfatara continua a offrire lo spettacolo di un’area di vulcanesimo attiva: manifestazioni fumaroliche, tremori sismici e deformazione ciclica del suolo costituiscono gli elementi caratteristici della dinamica del vulcano. Sorvegliato da una fitta rete di strumenti, viene considerato dagli scienziati laboratorio naturale di studi geologici, ma anche pericolo continuo per le adiacenti aree urbanizzate.

La Solfatara appartiene a quel ciclo recente di attività eruttiva flegrea detto dei vulcani <<monogenici>>, formatisi cioè in un unico evento, o comunque in episodi racchlusi in un tempo breve, e non più alimentati dal magma.
Pozzuoli, Solfatara.
Cespugli di erica in fiore all’interno del cratere
Per la Solfatara, in verità, una eruzione successiva (1198) è riportata dalle cronache, ma questa ebbe con ogni probabilità solo carattere freatico. L’edificio vulcanico è formato, ad eccezione della cupola di lava trachitica di Monte Olibano, da rocce piroclastiche generate da interazione magma- acqua, a tratti ricoperte dai prodotti incoerenti del più recente vulcano di Astroni. Le rocce della Solfatara sono state poi alterate dai fenomeni idrotermali, assumendo carattere litoide e pigmentazioni policrome. La successiva fratturazione, causata dalle forze interne alla crosta terrestre, ha condizionato l’evoluzione morfologica dei versanti, conferendo ad ogni settore proprie peculiarità.
Entrati nella Solfatara e superata l’area di ingresso, in parte boschiva e in parte adibita a campeggio organizzato, si giunge nel cratere. Il suolo è prevalentemente costituito da materiale argilloso-siliceo di colore biancastro (bianchetto). Nella zona centrale nubi di vapore si levano dalla fangaia, la depressione entro cui gorgogliano incessantemente bolle di gas in caldi fanghi grigiastri

Percorrendo in senso antiorario il perimetro interno del vulcano, si incontra l’aspro versante costituito dai prodotti della cupola di lava trachitica, fratturati ed alterati. La parete, alla base della quale si notano i materiali detritici franati, presenta una tipica colorazione rosso-bruna, che indica la presenza delle lave, mentre la parte alta; più chiara, risulta costituita dalle piroclastiti incoerenti delle eruzioni della Solfatara e degli Astroni. Contrastante con il biancore del suolo e di parte dei versanti, il verde della macchia mediterranea ricopre i ripidi pendii e la parte più settentrionale del fondo del cratere.
Il vecchio osservatorio borbonico
Oltrepassato il versante sud-orientale, si giunge ad una piccola costruzione in muratura, immersa tra i vapori della fumarola detta Bocca Grande. Si tratta del vecchio Osservatorio vulcanologico borbonico (recintato dopo l’ultima crisi bradisismica a causa dell’apertura di nuove fratture e fumarole), che ancora oggi costituisce una delle stazioni di sorveglianza e misurazione della temperatura e della composizione chimica delle emanazioni gassose. Il versante orientale, a ridosso dell’Osservatorio, mostra in bella evidenza gli affioramenti geologici dei prodotti della Solfatara, in cui si possono riconoscere le tipiche strutture e tessiture delle rocce piroclastiche, nonostante la forte alterazione causata dalle numerose fumarole.
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Intorno alle bocche di quest’ultime si osservano le splendide incrostazioni di cristalli di zolfo dal caratteristico colore giallo citrino

Lasciato il versante, si incontra un’altra opera in muratura dotata di due strutture ad arco che, consentendo di captare i vapori caldi, possono essere utilizzate come sudatori naturali. In questa area del cratere la vegetazione è costituita in prevalenza da erica, corbezzolo, cisto e mirto, specie che ben si adattano alle caratteristiche del substrato e dell’ambiente della Solfatara.

L’attività idrotermale del vulcano ha provocato la deposizione per sublimazione, cioè per passaggio diretto dalla fase gassosa a quella solida, di composti chimici riscontrabili agevolmente in patine, croste e cristalli. Tra questi si possono ricordare, oltre ai già menzionati cristalli di zolfo, il solfuro di arsenico (Realgar), in piccoli cristalli di colore rosso brillante, il solfuro di mercurio (Cinabro), rosso- violaceo, e il solfuro di antimonio (Antimonite), giallo-ocraceo. Patine verdastre frammiste ai sublimati potrebbero far pensare a minerali del rame; si tratta, in realtà, di alghe cianoficee capaci di crescere anche in ambiente termale ad elevate temperature. Ancora da ricordare è l’allume potassico, biancastro, estratto fin dai tempi storici per uso medico.

All’uscita dal cratere si può raggiungere la piazzola panoramica sulla strada principale, dalla quale si ammira l’intero Golfo di Pozzuoli.
Una fosca descrizione della Solfatara si deve al talento letterario di Petronio (I sec. d.C.), in uno dei passi del Satyricon in cui imita lo stile magniloquente della poesia epica del suo tempo: <<Vi è, tra Neapolis e i vasti campi di Dicearchia, un luogo posto nel fondo di un abisso cavo, bagnato dalle acque del Cocito; infatti ne fuoriescono impetuosamente vapori, che si spargono intorno con soffocante calore. Mai in autunno questa terra verdeggia, né il fertile campo fa crescere l’erba, mai a primavera i teneri cespugli risuonano della discordante armonia del canto degli uccelli; ma lo squallore e le rocce coperte di nera lava gioiscono, circondate dal funebre cipresso>>. (Satyr., CXX, 67-75).

 

Fonte Testo www.termediagnano.it